MARIA ROSA CUTRUFELLI.
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COMPLICE IL DUBBIO.
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1992. Frassinelli Editore.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Versione digitale fornita da: Amedeo Marchini.
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Presentazione.
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In una Roma torrida e semivuota per le ferie dagosto, Anna assiste impotente al suicidio del suo amante. Lo conosce da poco e ancor meno sa della sua vita, ma quel gesto per lei inspiegabile spezza il suo abituale autocontrollo, apre una falla nella sua compostezza, suggerendole solo di fuggire, di allontanarsi dalla casa delluomo. Per strada, sente qualcuno che la tallona: una giovane donna, colpita da un malore, le chiede aiuto.
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Anna  medico e non pu sottrarsi, la conduce nel suo ambulatorio e poi nel proprio appartamento dove, per caso, scopre che anche la ragazza conosceva il suicida. Nel giro di poco, tra di loro si crea una sorta di complicit, basata pi sui silenzi che sulle parole, sui dubbi e i sospetti reciproci che sulla fiducia. Marta, cos si chiama la ragazza, non sa dove andare e accetta lospitalit che le offre la sua soccorritrice: una convivenza che sembra reggersi sul precario equilibrio di unangoscia, un tarlo comune, ma anche, ed  Anna a percepirlo con maggiore imbarazzo e disagio, su una sorta di attrazione, su emozioni tenute a freno eppure intense e perturbanti. Finch un giorno la verit, loro malgrado, affiora, in modo drammatico e tuttavia, forse, risolutivo.
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Un romanzo giocato sui chiaroscuri, come immerso in unatmosfera sospesa, nel quale la scrittura limpida e affilata di Maria Rosa Cutrufelli disegna il ritratto di due donne davanti a una rivelazione che per entrambe pu significare la salvezza... o labisso. Apparso per la prima volta alcuni anni fa e completamente rivisto dallautrice per questa edizione, Complice il dubbio  un libro che oggi pi che mai, per i temi che affronta con sensibilit e una rara capacit di introspezione psicologica, dimostra tutta la sua attualit e vitalit.
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LAUTRICE.
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MARIA ROSA CUTRUFELLI, nata a Messina, cresciuta fra la Sicilia e Firenze, ha studiato a Bologna e, dopo aver viaggiato e vissuto per qualche anno in Africa, ora vive e lavora a Roma. Dopo gli studi universitari collabora con numerose riviste letterarie e di critica. Ha curato alcune antologie di racconti e scritto diversi radiodrammi per la Radio Televisione Italiana ed ha fondato e diretto per dodici anni Tuttestorie, rivista di narrativa e letteratura.I suoi saggi e i suoi romanzi sono tradotti in una numerose lingue.

La sua produzione letteraria consiste di: La briganta, del 1990; Complice il dubbio, del 1992, da cui  stato tratto il film: Le complici; Canto al deserto, del 1994; Il paese dei figli perduti, del 1999; due libri di viaggio: Mama Africa, del 1993, e Giorni dacqua corrente, del 2002; La donna che visse per un sogno del 2004, che entr fra i cinque finalisti del premio Strega e fu vincitore dei premi Penne, Racalmare-Sciascia e Donna-Citt di Alghero; Damore e dodio del 2008, vincitore del premio Tassoni; I bambini della Ginestra del 2012, vincitore del Premio Ultima Frontiera; Il giudice delle donne del 2016.
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1.
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Il cameriere stava gi affondando il cucchiaino nella zuccheriera fatta scivolare con tocco
maestro lungo il banco, esattamente davanti alla tazzina del caff.
Senza zucchero, per favore, disse Anna.
La mano delluomo sarrest a mezzaria. Le maniche della camicia arrotolate sopra un braccio
peloso dal polso al gomito.
Senza zucchero, disse ancora una volta. E nelludire il suono della propria voce, Anna stup.
Aveva dovuto fare uno sforzo per pronunciare quelle poche parole e le erano uscite roche, strozzate.
Aride al pari della gola, le scavavano dentro un solco, una traccia bruciante. Tossicchi come se le
fosse andata di traverso la saliva, in un inutile tentativo di nascondere a se stessa la paura che da
qualche ora (da quando, esattamente? quando era cominciata quella storia?) le cresceva dentro. Era la
paura che le arrochiva la voce o erano invece soltanto il caldo e la sete che le facevano sentire la gola
secca, fastidiosa come un legno piantato dietro la lingua?
Lorologio sulla parete segnava le dodici e il sole, fuori, arroventava le auto in sosta. Si tocc la
nuca: nonostante i capelli folti e ricci che la proteggevano, scottava. E anche nella penombra del bar
Anna continuava a sudare, a ondate intermittenti. Il cameriere non le levava gli occhi di dosso. Era
chiaro che si annoiava senza clienti e seguitava a guardarla con insistenza per provocare un commento,
unaltra parola, un cenno qualsiasi che gli permettesse di avviare una parvenza di dialogo.
Lei si ritrasse un poco, a disagio. Non le piaceva sentirsi sporca e trasandata, con i vestiti
indossati in fretta, raccattati in fondo al letto e sul pavimento dove li aveva buttati alla rinfusa la sera
prima. Non sera lavata la faccia e nemmeno ravviata i capelli, ramment incontrando la sua immagine
dietro il banco, nello specchio che correndo lungo tutta la parete catturava in fondo, sulla destra, un
tratto vuoto e abbagliante di strada. Anna strinse gli occhi senza distoglierli da quello scorcio di
marciapiede: nessun passante, nemmeno un turista in quellora di sole pieno, in quel soffocante luned
venti di agosto.
Torn a fissare la sua immagine. In una sola occhiata capt i segni della stanchezza e li registr
automaticamente, quasi dovesse trascriverli sulla cartella clinica di un suo paziente. Le palpebre
cerchiate, le labbra gonfie e violente nel volto sciupato dalla notte insonne. E i capelli che le si
arricciavano sulle tempie in un disordine prepotente. Impossibile dar loro un verso, una piega.
Ravviarsi i capelli? Sospir forte sollevando la tazzina. I suoi pensieri in quel momento avevano la
stessa consistenza melmosa e buia dei fondi del caff che il cameriere stava buttando in un recipiente l
di fianco. La sensazione di sporcizia che le dava tanta noia veniva accentuata dallatmosfera squallida
del bar: la luce artificiale, gialla come una pozza dorina, le brioche e i tramezzini polverosi e stantii
sotto il vetro sporco di ditate, il locale  gi piccolo  talmente ingombro di casse di liquori e scatole di
caramelle da sembrare un magazzino.
Qualcuno pass davanti alla porta a vetri spalancata e tenuta ferma contro il muro, tagliando
con la sua ombra il bagliore della strada. Anna rest immobile, la tazzina sollevata, il fiato sospeso. Ma
nello specchio la strada splendeva di nuovo, vuota e luminosa.
No, si rassicur Anna, nessuno poteva averla seguita fin l. Aveva camminato a lungo, dopo
essere uscita da quellappartamento. Prima di uscire per, con un riflesso istintivo di cui adesso si
meravigliava, sera accertata di aver preso tutto: la borsetta, la cintura, il pettine che aveva lasciato,
chiss quando, sulla mensola del bagno. Non mancava niente. Aveva aperto il rubinetto del lavandino
per far scivolare gi nello scarico alcuni capelli che erano rimasti appiccicati alla ceramica bianca e che
forse erano suoi. Si muoveva con calma e meticolosit. Poi era passata in cucina. Una pulita al
bicchiere in cui aveva bevuto, per cancellare anche lultima traccia della sua presenza. Laveva
strofinato bene, attaccando infine lo straccio a un gancio sulle mattonelle azzurre che coprivano il muro
fino al soffitto.
In piedi davanti al tavolo sul cui ripiano aveva appoggiato, capovolto, il bicchiere pulito, sera
chiesta improvvisamente il perch di tante precauzioni. Che bisogno cera di nascondersi, di occultare e
far sparire ogni minimo indizio rivelatore della sua presenza? Ben presto la polizia avrebbe saputo,
dalla sua viva voce, tutto quello che cera da sapere. Presto, molto presto, si era ripromessa. Le bastava
prendere respiro, soltanto un po di tempo per allentare la morsa che le stringeva le tempie e le
impediva di riacquistare una lucidit di cui aveva indiscutibilmente bisogno.
Mentre chiudeva la porta dietro di s, aveva gettato unocchiata verso la gabbia dellascensore.
La luce rossa indicava che era in moto. Lo si udiva salire, un ansito profondo nel silenzio della casa.
Senza attendere oltre, Anna era scesa a piedi.
Nella penombra delle scale, le borchie dottone sul legno delle porte mandavano uno splendore
ovattato e discreto. Anna scendeva, attenta a ogni rumore. Un sussulto le aveva interrotto il respiro
quando lascensore si era fermato: proprio a quel piano, ne era certa. Anche lei si era fermata, la mano
stretta alla ringhiera, aspettando.
Una chiave aveva girato  una volta soltanto  facendo scattare una serratura.
E poi... niente, non era successo niente. Evidentemente si era sbagliata, nessuno era entrato l
dentro. Aveva aspettato ancora qualche istante, per esserne proprio sicura. Dietro le porte chiuse, il
silenzio. E nemmeno un fiato daria scivolava lungo la spirale lucida del corrimano.
Tuttavia aveva camminato a lungo con lintenzione  non del tutto consapevole  di far perdere
le sue tracce. Unidea ridicola. Non cera motivo di credere che qualcuno lavesse seguita o anche
soltanto notata. Roma era deserta. Deserte le antiche rovine che ogni tanto sorgono dallasfalto, agli
incroci delle strade. Vuoti i cortili che si aprono sui vicoli del centro storico, stretti come feritoie e
perennemente umidi. Da quellombra si sprigionava a tratti lodore pungente dei gatti randagi. Intorno
a lei solo saracinesche abbassate, negozi col regolamentare cartello CHIUSO PER FERIE attaccato
bene in vista. Una desolazione.
Poi quel bar, miracolosamente aperto. A due passi da casa, ormai. Ma non aveva resistito alla
tentazione del sorso forte, rassicurante di un caff.
Senza zucchero, le fece eco il cameriere con un tono ben studiato di incredulit, mentre lei si
portava la tazzina alle labbra aspirando laroma. Non lo ascoltava, tutta concentrata in quel breve
piacere. Luomo non riusc pi a trattenersi.
Ma non ci va al mare, lei? sbott.
E mise bene in chiaro, assumendo unaria svogliata, che le faceva una grande concessione nel
rivolgerle la parola.
Presa alla sprovvista, Anna sobbalz senza capire l per l il senso della domanda. Fu colta da
un panico irragionevole. La mano le trem e alcune gocce di caff caddero sui piedi nudi nei sandali.
Ma scontrandosi con lo sguardo sorpreso del cameriere, si riprese immediatamente. Spicc dal mazzo
un tovagliolino di carta trasparente, si pul le labbra e rispose: Fra qualche giorno.
Era vero, ma ebbe la curiosa sensazione di mentire. Distolse gli occhi per fargli capire che non
cera altro da aggiungere e torn in strada, mentre luomo apriva il rubinetto e si metteva a pulire la
tazzina con esagerata lentezza. Scuoteva la testa, le labbra contratte in una smorfia di sdegno che
condannava lestate, le donne, il mondo intero.
2
I muri delle case si rimandavano aliti roventi. Poche le auto che passavano lasciandosi dietro un
pesante tanfo di benzina. Lasfalto si allentava vischioso, quasi una colla, sotto le suole leggere dei
sandali. Anna camminava assorta, cercando di seguire il percorso irregolare di qualche ombra gettata
qua e l da un albero, un palo, un cartello stradale. Con la mano ogni tanto si riparava dal riverbero del
sole, poich aveva dimenticato da qualche parte  in quellappartamento, ecco dove  gli occhiali scuri.
Alla fin fine sera rivelata meno prudente e accorta di quanto aveva creduto: una traccia almeno laveva
lasciata. Ma erano occhiali da poco prezzo, come tanti, e potevano anche appartenere a un uomo con la
loro montatura severa.
Si ferm per accendere una sigaretta. Fece scattare laccendino due, tre volte e infine riusc a far
sprizzare una fiammella stenta. Tir una lunga boccata.
Prima di arrivare a casa, doveva prendere una decisione. Ma da dove cominciare? A chi ci si
rivolge in simili casi? La sua professione in questa particolare circostanza non laiutava molto n la
soccorreva lesperienza di lunghi anni dambulatorio. Un duro tirocinio, un fermo controllo sulle
emozioni, e questo era il risultato: inettitudine e paura di fronte a una realt che la toccava direttamente.
Tir unaltra boccata ma il fumo non le arriv in gola. Guard la sigaretta. Si era spezzata
proprio sotto il filtro e pendeva attaccata a un filo di tabacco. La butt via, oltre il bordo del
marciapiede. Ma, poi, era davvero necessario rivolgersi alla polizia? A che cosa e a chi sarebbe servito?
Una domanda facile facile, ironizz con se stessa. Dove la metteva letica e la coscienza professionale?
In realt cera ununica risposta possibile. Ma lei, Anna, aveva anche il diritto e il dovere di difendere
se stessa, la propria incolumit. Non aveva niente da rimproverarsi: come avrebbe potuto impedire che
accadesse quello che era accaduto? Proprio per questo, tent di convincersi, poteva in tutta tranquillit
denunciare il fatto.
Ma le avrebbero prestato fede? Era saggio da parte sua presentarsi con quella storia incredibile?
Doveva prima almeno consultarsi con qualcuno, un avvocato. Ma dove trovare un avvocato di cui
fidarsi, chi poteva essere rimasto in citt, con quel caldo?
La camicetta di seta azzurra che aveva indossato per lappuntamento della notte era ormai uno
straccio, chiazze di sudore continuavano ad allargarsi sotto le maniche e a ogni passo avvertiva sulla
schiena la carezza della seta bagnata. Un tocco viscido. Sgradevole come lo strisciare cieco di un
tentacolo, di una coda di serpente.
Aveva comprato la camicetta in un elegante negozio del centro sabato mattina: voleva essere
bella e desiderabile per rendere bello e desiderabile quellincontro. La commessa, una ragazzina con i
capelli pettinati ritti sulla testa alla moda punk e una minigonna con una punta che scendeva di sbieco
sul fianco destro, gliela aveva assestata sulle spalle con piccoli gesti appropriati esclamando: 
perfetta.
E le aveva lanciato un sorriso dapprovazione e di complicit. In effetti lazzurro le stava bene e
la seta scivolava piacevolmente sulla pelle abbronzata. Aveva esitato a lungo, per, prima di comprarla:
non stava attribuendo troppa importanza a un semplice appuntamento?
E adesso la seta le si attaccava alla pelle, con una presa inquietante. Alla paura si era aggiunta
unombra di qualcosa chera molto simile alla delusione e che la distraeva. Delusione o anche
vergogna. Forse per questo non riusciva ad assumere una decisione.
La sua mente girava a vuoto ma Anna era ben consapevole che non si trattava soltanto duna
reazione dovuta allo choc. Era la tentazione infantile di negare tutto. Da bambina era convinta che la
forza del desiderio potesse annullare la realt, far camminare il tempo allindietro e cancellare qualsiasi
avvenimento spiacevole e brutto. Proprio al modo di una gomma sopra un tratto sbagliato di matita.
Troppo fervida, la sua fantasia le suggeriva mille irreali maniere di sfuggire alle esigenze e ai problemi
della vita quotidiana.
Ecco perch, si disse, aveva scelto quella professione. Il vero motivo. Aveva creduto che fosse
per via del padre, medico anche lui e morto quando Anna era ancora piccola. Diventare medico: era
stato probabilmente un modo di supplire a una carenza di ricordi. Ma anche un tentativo di sottrarsi a
unimmaginazione eccessivamente vivida e pericolosa, di tenersi ben ancorata alla realt che temeva
potesse sfuggirle da un momento allaltro. E che c di pi reale delle esigenze del corpo?
Le venivano incontro due ragazzi alti, biondi, con lo zaino sulle spalle e il sacco a pelo
arrotolato sopra lo zaino. Uno di loro teneva spiegata in mano una pianta di Roma, ma evidentemente
non ci si raccapezzava perch chiese, allungandosi verso di lei con la precipitazione di chi dubita
dessere frainteso: Piazza Venezia...
Anna si volt per indicare la direzione, alle sue spalle. Unaltra comitiva di turisti sbuc da un
vicolo attraversando la strada. Anna colse allangolo, ad appena qualche metro di distanza, un
movimento brusco, come di qualcuno che si nascondesse o svoltasse in fretta.
Per carit, questa  paranoia, si ammon riprendendo a camminare e stringendosi contro il
fianco la borsetta di pelle chiara. Tremava di stanchezza. A quel punto non aveva che unidea fissa in
testa: arrivare, finalmente, a casa e chiudersi nel fresco di una stanza protetta da muri spessi, daltri
tempi.
Se me ne fossi andata.
E invece non era partita proprio per consumare fino in fondo una storia iniziata un po per caso
e un po per sfida. Ma era inutile pentirsi, adesso, di quellavventura. Perch, nelle sue intenzioni, non
doveva essere altro che uninnocua, banale avventura.
A un tratto ud dei passi dietro di s. Risuonavano nitidi, rafforzati da uneco che si produceva
nel vuoto della via quasi a compensazione di tanta quiete. Questa volta non si sbagliava, non era un
frutto della sua immaginazione sovreccitata. Subito scatt dentro di lei lallarme. Si sorprese ad
ascoltare con unattenzione resa pi acuta da una punta dangoscia. Era impossibile che qualcuno
lavesse raggiunta proprio allora, dopo tanti giri viziosi. E poi, chiunque fosse, avrebbe usato maggiore
discrezione. Se laveva seguita fin l di nascosto, perch mettersi a fare tanto chiasso proprio a quel
punto? Non cera senso in un comportamento del genere.
Ma a dispetto dogni ragionevolezza, linquietudine cresceva. Stava per voltarsi ma si fren in
tempo. Cerc di indovinare la distanza che ancora li separava valutando la cadenza, il ritmo dei passi
che incalzavano, sempre pi vicini e decisi. Prese a camminare il pi lentamente possibile con la debole
speranza dessere raggiunta e superata. Doveva trovarsi quasi alle sue spalle, adesso. Limpulso di
mettersi a correre, di scappare, era fortissimo. Si costrinse, invece, a rallentare ancora landatura.
Anche laltro rallent.
Laltro? Erano passi di donna: inconfondibile il suono dei tacchi alti sul marciapiede... breve e
secco.
Anna attravers la strada. Nella piazza il sole divorava lasfalto, dilagava dappertutto senza
incontrare resistenza. Dietro di lei ora i passi risuonavano pi lenti, esitanti. La curiosit e lansia
ebbero il sopravvento e infine Anna si volt.
La donna si era fermata in mezzo allo slargo e lei la vide barcollare, sbilanciata sui tacchi alti,
mentre allungava un braccio alla cieca in cerca di un sostegno. Trov un palo e vi si appoggi contro,
mentre i capelli lunghi e chiari le coprivano il volto chinato verso terra. Una passante qualsiasi, senza
dubbio. Si era fermata vinta da un malore o pi semplicemente dal caldo che mozzava il fiato e tagliava
le gambe.
Ad Anna sfugg un sospiro di sollievo e, immobile sotto la sferza del sole a picco sulla testa,
continu a fissarla da lontano, incerta sullatteggiamento da tenere. Listinto le suggeriva di voltarsi e
proseguire per la sua strada: si trovava ormai a pochi passi da casa, dal portone appena sfiorato, a
quellora, da unombra che stentava a scendere gi dagli ultimi piani. Il rifugio, la salvezza era a
portata di mano. Ma poi simmagin chiusa l dentro, sola, a covare fantasie di paura, ad aspettare uno
squillo del campanello pi forte e pi lungo del solito, insistente, indiscreto (non  cos che si annuncia
la polizia?).
E nemmeno poteva fare finta di niente e scappare due volte in un sol giorno. Era in fuga da
qualcosa che si trovava al di fuori delle sue possibilit di controllo e dintervento. Nessun rimorso
gravava su di lei. Ma ora... Non poteva scappare davanti a una donna che, chiaramente, aveva bisogno
del suo aiuto. Una vilt di cui in seguito si sarebbe pentita. Non era capace di lavarsene le mani: in
fondo, ogni persona che stava male era in qualche maniera affar suo. E alla fine prevalse in lei il
medico.
Con una riluttanza di cui si vergogn ma che non riusc a reprimere completamente, torn
indietro.
Si sente male? Posso esserle daiuto?
... questo caldo. Non  niente, niente.
Ma le parole le si ruppero in gola e, voltando bruscamente le spalle, la donna vomit
sullasfalto.
Anna si guard attorno: nessuno, non una macchina, non una persona. Erano sole, toccava a lei
farsi carico anche di quel problema. La decisione fu rapida bench in fondo al cuore avvertisse uno
strano agitarsi di sentimenti contrastanti: rassegnazione, rammarico e insieme un forte, inspiegabile
sollievo.
Non pu rimanere qui, in queste condizioni. Venga.
Poich laltra non si muoveva, le stacc la mano dal sostegno a cui continuava ad aggrapparsi.
Una mano piccola e umida che si abbandon per un istante nella sua. Ma subito la donna la tir indietro
di scatto, con un gesto sproporzionato di timore.
Stia tranquilla, sono medico. Ho lambulatorio proprio qua accanto.
Lambulatorio si trovava a pianterreno, lappartamento invece allultimo piano dello stesso
palazzo: una sistemazione fortunata che le evitava di perdere tempo nellandare e venire da casa al
lavoro e viceversa.
Venga, non si preoccupi.
Questa volta si lasci convincere e lei le sorrise incontrando finalmente, anche se di sfuggita, gli
occhi dellaltra.
Era molto giovane e graziosa, un viso allungato in un ovale classico. A parte i sandali dal tacco
troppo alto, vestiva con semplicit: maglietta di cotone bianco e gonna di lino a fiori grandi, vivaci.
Anna losservava con attenzione. Il volto senza trucco, contratto in unespressione infantile di
autodifesa: era una ragazza che si sentiva male. Nientaltro. Anna si rilass impercettibilmente. Sar
incinta. E non le piace, pens lasciandosi andare alla fine a un moto spontaneo di simpatia e di
compassione.
Nel salire sul marciapiede la ragazza di nuovo barcoll, inciampando nel gradino come se non
avesse ben calcolato le distanze. Anna lafferr impedendole di cadere e sotto le dita avvert lo
spegnersi di un tremito. La pelle era fredda, bagnata dun sudore che non cap se suo o dellaltra. A
quel tocco estraneo la giovane donna torn visibilmente in s. Raddrizz la schiena e ricambi lo
sguardo con fermezza.
Grazie.
Siamo gi arrivate, coraggio.
La porta dellambulatorio si chiuse, tagliando fuori le vampate di calore che ronzavano nelle
orecchie e stordivano come ultrasuoni. Unimpressione di calma improvvisa. La penombra era un
sollievo, una pomata rinfrescante su una scottatura.
Laiut a stendersi sul divano. Le tast il polso. Le scost dalla faccia i capelli. Con un
asciugamano bagnato le pul il volto, laiut ancora a slacciarsi la cintura troppo stretta in vita, le
inumid lievemente il collo, le braccia. Gesti precisi, automatici. Poi rimase l a fissarla.
E immediatamente dentro di lei cadde un sipario.
Dopo qualche secondo non vedeva gi pi la ragazza stesa sul divano. Aveva dimenticato di
avere una paziente, mentre si passava lasciugamano umido e sporco sulla fronte per mitigare il fastidio
del sudore e nella mente le tornavano  con una chiarezza dolorosa e ossessiva  le immagini della
notte. Una dopo laltra, momento per momento.
3
Domenica sera. Anna era uscita con la ferma intenzione di non prendere la macchina: dopo
unintera giornata trascorsa fra il letto e il divano, provava il bisogno di fare quattro passi. Ma
lappuntamento era per le nove e, giunta a destinazione, scopr di essere in anticipo di una buona
mezzora. La casa di quelluomo era pi vicina di quanto aveva creduto o lei aveva camminato molto in
fretta.
Alla prima scampanellata non aveva risposto nessuno.
Questa volta ho battuto tutti i miei record, si rammaric Anna che aveva labitudine di
arrivare sempre qualche minuto prima del previsto. Ma aveva calcolato male le distanze. Tutto qui, si
disse. Non le sembrava dessere particolarmente impaziente.
E se lui non fosse rientrato prima delle nove? Una seccatura. Consider le alternative:
andarsene un po a spasso per le strade ancora animate e magari fermarsi alla gelateria che aveva
intravisto due isolati pi avanti... Ma la tentazione, piuttosto, era di tornarsene direttamente a casa:
davanti a quella porta chiusa lassaliva lo scoramento e la sfiducia. Una storia che iniziava male,
proprio non la convinceva.
Nutrendo poche speranze, suon una seconda volta. Tese lorecchio: qualcuno si muoveva l
dietro. O nellappartamento di fianco? Anna si spazient e suon di nuovo. Dopo un tempo che le parve
lunghissimo una voce maschile grid: Un momento.
E finalmente le apr: la camicia slacciata, macchiata sul petto e sui risvolti, unombra di barba
sul viso, i piedi scalzi.
 questo il modo daccogliere unamante? sera chiesta lei. Ma la sua indignazione non era
autentica e quasi le scappava un riso di sollievo per essere sfuggita allansia e al disagio dellattesa.
Per si sentiva addosso, con spiacevole consapevolezza, tutto il profumo che sera rovesciata  gi sul
punto duscire, con le chiavi in mano  lungo il collo e le braccia. A lei i profumi non piacevano molto,
ma si trattava pur sempre dun appuntamento galante e Michela sosteneva che in simili casi profumarsi
 dobbligo: e Michela era unesperta, cambiava amante (e analista) con regolare, ossessiva frequenza.
Gli uomini, spiegava, mi piacciono ma non li sopporto. O forse loro non sopportano me,
non lho ancora capito.
Il profumo. La camicetta nuova, di seta, che ricadeva morbida sui seni. Troppo morbida, troppo
nuova. Anna avvert tutto il ridicolo della situazione. Lei stessa era ridicola, in una parte che non le si
addiceva.
Ho suonato tre volte, come mai non aprivi?
Lui non rispose e nemmeno accenn a scusarsi o a dare una spiegazione qualsiasi ma la guid,
precedendola, in camera da letto, come se trovasse inutile sprecarsi in convenevoli e preliminari.
Era la prima volta che Anna entrava in quella casa, grande e priva darredi: la moglie di lui,
andandosene, sera presa la maggior parte dei mobili. Tutte le finestre davano su un cortile cieco,
stretto come un imbuto. Non si scorgeva neanche uno spicchio di cielo. Oppure ormai era calata la
notte e il cielo era troppo alto e lontano per distinguerlo nel buio.
Anna cerc con lo sguardo un posto dove sedersi, senza trovarlo. Passando, aveva notato che un
lenzuolo bianco copriva il divano nel salotto. E sullunica sedia, in camera da letto,
sammonticchiavano in disordine calzini, mutande, fazzoletti. La stanza appariva enorme,
probabilmente a causa della mancanza di un mobilio che riempisse lambiente. La sedia, il letto, il
tappeto, un comodino: nientaltro. E un giradischi acceso, posato a terra ai piedi del letto matrimoniale
con i due cuscini poggiati da un solo lato, luno sullaltro. Un jazz malinconico e singhiozzante
risuonava nella stanza spoglia.
Anna se ne stava ritta in piedi, aggrappata alla cinghia della sua borsetta e con un leggero senso
di smarrimento che le bloccava qualsiasi altra reazione, stordita e impacciata come una ragazzina alla
sua prima esperienza. Sul comodino la debole luce di una lampada schermata da una ventola di
pergamena si concentrava tutta sul volto di una donna in una cornice dargento. Sicuramente la moglie.
Dunque la teneva accanto a s, ancora presente.
Ebbe sentore di un fiato aspro, che sapeva dalcol.
Un sassofono morbido come te, luomo aveva tentato dabbracciarla nascondendo il viso
contro il suo collo. Il tocco delle labbra era cauto, disarmante. Ma lei lo respinse con freddezza, irritata
pi dallatmosfera di incuria e approssimazione che regnava nel nudo spazio della camera che dalla
banalit dellapproccio.
Luomo la lasci immediatamente, senza protestare. Sembrava del tutto a suo agio, noncurante
della ripulsa, distratto da qualcosa che ad Anna non era dato sapere. Sera sdraiato sul letto mentre
limbarazzo di lei andava rapidamente trasformandosi in umiliazione prima e rabbia subito dopo.
Dov la cucina?
Non attese la risposta, avviandosi e aprendo a caso una porta dopo laltra nel corridoio. La
meravigli lampiezza della casa, con il vestibolo che si diramava in corridoi lunghi e stretti e porte che
si spalancavano su stanze completamente sgombre. Lesatto contrario della sua, piccolissima e piena di
oggetti. La cucina per era ben attrezzata, con un tavolo dal ripiano di marmo e un frigorifero di forma
e dimensioni insolite, quasi un pezzo dantiquariato.
Si vers un bicchiere dacqua anche se la sete le era passata. Ma non voleva ammettere neanche
con se stessa che sera trattato pi che altro di una scusa: per calmarsi aveva bisogno di restare sola, un
minuto almeno per ricomporsi e ritrovare la giusta prospettiva.
Mentre beveva continuava a guardarsi attorno, esplorando tutti gli angoli della cucina. Scopr le
macchie di caff sulle piastrelle del pavimento, i piatti sporchi nel lavello, la lunga fila di bottiglie, in
gran parte di whisky, senza tappo e seminascoste dalla mole massiccia del frigorifero. Davano
limpressione di essere state accatastate l dietro in gran fretta soltanto pochi minuti prima, magari
nellattimo stesso in cui lei aveva premuto il campanello.
Ti sei scolato un bel po di roba.
Tornando indietro gli si era piantata davanti in un involontario atteggiamento daccusa. Lui
abbozz un cenno vago con la mano e le rivolse uno sguardo vuoto... lo stesso identico vuoto della
stanza, di tutta la casa. Anna strinse le labbra in un impeto dodio per lui e per se stessa, ma poi si chin
e rimise in moto il giradischi che si era fermato. Ancora lo stesso disco, pur di riempire il silenzio. Era
assurdo indignarsi, recriminare. Ormai voleva solo andarsene in tutta tranquillit ed evitare, se
possibile, ogni spiacevole discussione.
Ma lui non aveva intenzione di discutere. Dopo aver incrociato le lunghe gambe sulla coperta,
la testa poggiata ai cuscini: Non esco da... due giorni, credo, le comunic alzando due dita
solennemente e scuotendole in aria per rendere la cosa pi convincente.
Andiamo fuori da qualche parte a mangiare un boccone, propose lei.
Si sforzava di mantenere un tono calmo, pacato. In fondo ci sono molti modi di consumare
unavventura, e non ha senso pretendere dignit quando ci si incontra cos. Sera sentita, anzi, liberata
da un timore oscuro, indefinibile.
Quasi con gratitudine gli disse: Su, vestiti.
Una volta fuori di l sarebbe stato tutto pi semplice. Una buona cena probabilmente lavrebbe
aiutato a smaltire la sbornia e lasciarlo solo, dopo, sarebbe risultato pi facile.
La confortava anche il pensiero davere attorno gente invece di quella stanza, polverosa pur
nella sua nudit. Cera un buon dito di polvere sul comodino, sulla spalliera della sedia e la testata di
legno del letto. E una polvere spessa e acre si alzava dal tappeto, le arrivava in gola, le irritava gli
occhi. S, meglio uscire. Quellimpressione di soffocamento, almeno, sarebbe svanita allaria della
notte.
Su, vestiti. Vestiti.
Ma gi luomo, obbediente, si stava allacciando la camicia: le mani non gli tremavano,
sembrava lucido, in s.
E dun tratto Anna comprese. Not leccessiva attenzione che metteva nello scegliere il bottone,
lasola giusta, lautomatismo quasi ipnotico dei gesti, la distanza dello sguardo che tentava di arrivare
fino a lei. Non si trattava dunque di una semplice sbronza. Anna sapeva bene che gli alcolisti sono
spesso cos: lucidi in apparenza, ma la follia pu scoppiare da un momento allaltro, in forme diverse e
imprevedibili. Ebbe paura. Lo guard di nuovo provando a recuperare un distacco che le permettesse di
capire il suo stato effettivo, di vederlo al di l e oltre il velo calato dal rancore. In fondo, non era
difficile. Come regolare la lente di una macchina fotografica fino a mettere a fuoco limmagine.
Il tentativo ebbe un esito diverso da quello che lei stessa aveva previsto.
Vide un uomo alto, con una bocca grande e dolce, malinconica. Tutto assorto e concentrato
nello sforzo di condurre a termine la difficile operazione di abbottonarsi la camicia. I gesti delle mani
rivelavano in quel loro muoversi lento e misurato la volont di padronanza di s. La sua espressione
intenta e infelice, i gesti legati, come trattenuti da una forza esterna, la commossero. La fame le era
passata. E anche la rabbia. Non era pi sicura di volersene andare. Non aveva nessun programma,
niente da fare a casa. Tanto valeva restare.
Il petto delluomo era liscio, glabro e il sudore gli ammorbidiva la pelle che aveva di un bel
colore intenso, scuro come piaceva a lei. Quando lultimo bottone fu chiuso, ad Anna dispiacque. Le
era rimasta negli occhi limpressione di quel corpo giovane: i fianchi stretti, la vita sottile nonostante
lalcol. Soltanto gli occhi svagati, gonfi e iniettati di sangue tradivano la sua condizione. Non le dava
pi fastidio, ora, quella trascuratezza, quel modo cos controllato e impersonale di accettare la sua
presenza. Anzi. Quella situazione che dapprima laveva messa a disagio si stava trasformando,
rapidamente. Cera un punto dattrazione  il baluginare lontano duna brace  che Anna intravedeva
per la prima volta dentro di s sebbene ancora in maniera confusa. Una fonte demozioni che doveva
scoprire, a ogni costo.
4
Come? disse Anna rabbrividendo.
La ragazza la stava sfiorando timidamente, con un tocco freddo ed esitante, per richiamare la
sua attenzione.
Mi dispiace darle tutta questa noia.
Anna ancora tesa, chiusa nella fatica di ricordare e collegare, scosse tuttavia la testa con
lespressione pi gentile che fu in grado dinventarsi, per rassicurarla.
In piedi davanti a lei, provava la sgradevole sensazione dessere unimputata in attesa di
giudizio. Le sedette accanto sul divano. La seta della camicetta sfiorava il braccio nudo della giovane
sconosciuta. Anna si ritrasse. E, di nuovo persa nei ricordi, prese a tormentarsi le dita, girando e
rigirando allanulare una fedina di brillanti, il suo vecchio anello di fidanzamento. Laveva tenuto
anche dopo la separazione: un piccolo risarcimento per tutto il tempo e lenergia che aveva speso in
quel rapporto, nel mantenerlo in vita. La fede invece non laveva mai portata, la considerava
unostentazione volgare e ipocrita. Due, tre giorni forse dopo il matrimonio se lera tolta e laveva
dimenticata o persa nel disordine della casa che gi da anni divideva con il marito.
In silenzio, sfil dallanulare il cerchietto di brillanti. Mentre tornava a infilarlo saccorse che la
ragazza fissava affascinata quel gesto meccanico in cui era concentrata tutta la sua tensione.
Con uno sforzo di volont Anna serr le mani, stringendole forte luna contro laltra. Poi
raccolse da terra lasciugamano che le era caduto e lo pieg, decidendosi ad affrontare la situazione.
Cominciava a sentirsi irritata e impaziente. Tutto il mondo congiurava contro di lei chiedendole una
sopportazione, una calma impossibile. Prima quelluomo e adesso... una prova estenuante.
Si pass una mano fra i capelli, in un gesto che le veniva naturale quando era stanca o tesa. Di
colpo, una debolezza estrema lassal e le tolse ogni difesa e ogni volont. Aveva dato tutto laiuto
possibile a quella sconosciuta, ma ora basta, doveva cavarsela da sola. Lei non era in grado di reggere
anche le sofferenze altrui.
La ragazza sembr captare quello che le stava passando per la mente. Fece per alzarsi ma subito
ricadde indietro contro la spalliera del divano. Come se il colpo avesse messo in moto un meccanismo
invisibile, dagli occhi sbarrati cominciarono a piovere le lacrime. Scoraggiata, Anna le tese
lasciugamano. Ma la ragazza continuava a piangere tentando invano di parlare e ogni tentativo si
trasformava in una disperata e squassante convulsione.
Un collasso nervoso, pens Anna, aveva tutta laria di un collasso nervoso. Si sent in dovere di
rassicurarla, ancora una volta.
Non parli adesso, non ce n bisogno. Se le serve, se pensa che possa esserle daiuto, mi
racconter tutto pi tardi.
Per la verit sperava che se ne andasse senza aggiungere altro, che si riprendesse abbastanza da
alzarsi e scomparire, via dalla sua casa, via dalla sua vita, lasciandola finalmente in pace con tutti i
problemi e i pensieri che le si stavano rimescolando dentro e le facevano groppo alla gola.
La ragazza la scrutava corrugando le sopracciglia folte ma ben arcuate che davano al suo
sguardo profondit suggestive anche se probabilmente ingannevoli: un seducente ma semplice gioco di
chiaroscuri che regalava alle sue iridi, altrimenti troppo chiare, una luce speciale. Anna le carezz
leggermente una guancia, una tenerezza che riservava ai bambini spaventati dai suoi gesti professionali,
e le and a riempire un bicchiere dacqua. Beva un po. Cos. E adesso cerchi di rilassarsi.
5
Era ancora in tempo, aveva pensato Anna. Poteva andarsene, chiamare un taxi, tornare a casa.
Fine dellavventura. Non cera niente di inevitabile in quellincontro, niente che la forzasse a restare. E
invece era rimasta.
Luomo continuava ad armeggiare incerto con i vestiti. Di tanto in tanto alzava gli occhi verso
di lei quasi a chiedere consiglio e, ogni volta, sembrava preso da una muta, torbida meraviglia. Aveva
gi dimenticato tutto, la loro conversazione, la cena, lo scopo del suo stesso mettersi in ordine. Cerchi
dombra profondi ammorbidivano le guance non rasate.
Unemozione improvvisa laveva spinta a scostargli con dolcezza le mani, ancora perse e
confuse fra asole e bottoni, e ad aprirgli di nuovo la camicia. Laveva tenuta cos, aperta, per qualche
secondo avvertendo sotto le dita il pulsare caldo e violento del cuore. Lui la lasciava fare, senza aiutarla
e senza opporre resistenza, ma un tremito lieve gli muoveva le labbra e gli contraeva i muscoli della
mascella dallo zigomo rilevato.
Anna era stupita ed eccitata dalla sua stessa disinvoltura, dallurgenza lancinante di vedere, di
toccare, di scoprire quel corpo appena intravisto, di seguire con le dita larco del dorso, un solco netto,
impetuoso e deciso come una frustata, di scendere lungo quei fianchi stretti da adolescente.
Era adulta per la decisione che traspariva nello sguardo delluomo, nel volto appesantito e
gonfio dal troppo bere. E la pelle sudata aveva un odore aggressivo. Ad Anna parve una promessa. Un
richiamo. Lo respir contro di lui con affanno, con avidit, mentre il tremito delle sue mani le
precipitava nelle vene e nel sangue con lirruenza di un grido.
Le ore della notte passavano segnate dal lieve ticchettio di una sveglia, sul comodino. Ogni
tanto gli occhi di Anna si posavano distratti sul quadrante luminoso. Luomo adesso parlava, ma non a
lei, anche se le sue carezze erano insistenti e sarrestavano e riprendevano, sarrestavano e ancora
riprendevano in sintonia con il ritmo delle parole. I loro sguardi non sincontravano mai.
A lei andava bene cos. Laffascinava la frenesia che lalcol gli metteva addosso e che poteva
proseguire per leternit. Senza un apice, senza una fine. Lalcol moltiplicava e rinnovava le sue forze,
spostava sempre pi in l la soglia del piacere, metteva un sospetto di violenza nello scatto dei suoi
fianchi. Lalcol bruciava anche dentro di lei, nella sua testa, nel ventre, e di nuovo nelle mani, nella
bocca, nella stretta delle gambe, nel corpo dellaltro.
A occhi chiusi, le serr i polsi mormorando qualcosa che non chiedeva risposta n
partecipazione. Anche Anna chiuse gli occhi. Leccitazione delluomo nasceva da fantasie che non era
lei a suscitare ma di cui lei poteva alimentarsi, e questo le dava un singolare piacere misto a un brivido
di timore. Anche la sua fantasia spaziava libera da ogni vincolo, dalla realt stessa del corpo di lui, dal
turbamento che lattraversava senza fermarsi. Per rinascere quando posava la mano su quel corpo
vicino ed estraneo.
Estraneo come nessun altro al mondo.
Era quello il punto dattrazione? Allora  le pass per la mente  non cera speranza, per lei. Ma
non riusciva a capire da quali profondit le salisse quel pensiero che restava sospeso, incompiuto, quasi
una minaccia.
Le lancette della sveglia segnalavano che era gi mattina.
E a un tratto luomo si era alzato bruscamente. Le persiane erano abbassate ma la luce rimasta
accesa sul comodino permetteva ad Anna, bench a fatica, di seguire tutti i suoi spostamenti, quel suo
andarsi rivestendo senza motivo e con una foga incomprensibile.
In un muto e fanatico dialogo con se stesso, luomo aggrondava il volto e subito dopo tendeva
le labbra nella caricatura di un sorriso. Ogni mutamento despressione acquistava un risalto grottesco
nella semioscurit della stanza. I riflessi della lampada sallungavano deboli ed esitanti sul letto, sul
muro. Lei aveva creduto che volesse scappar via da quel letto, da quella camera. Da lei stessa, forse.
Impossibile capire quali impulsi guidavano le sue azioni.
Si era chinato a frugare nel cassetto del comodino situato in basso, oltre il breve cerchio di luce.
E si era rialzato con una radiosa smorfia di trionfo mostrandole la rivoltella, piccola come un
giocattolo. Anna non ne aveva mai viste prima se non al cinema o alla televisione. Luomo la
soppesava, la passava da una mano allaltra. Poi si era messo a camminare su e gi puntando larma
contro le pareti, contro la sedia, i vestiti ammucchiati in un angolo. Sul muro, dove un tempo cera stato
larmadio, si disegnava una macchia pi chiara. Dentro la macchia, il suo profilo bello e deciso, il
braccio alzato, la sagoma compatta della rivoltella.
Luomo recitava. Ma per chi? E che razza di commedia?
Improvvisamente piomb su Anna una grande stanchezza. I suoi rapporti con gli uomini, un
completo fallimento: era tutto quello che riusciva a pensare. Un unico pensiero che le si avvitava nella
testa come un ciclone.
Per un tempo interminabile luomo continu nel suo andirivieni, su e gi da una parte allaltra
della stanza, dialogando con le ombre della propria mente. Quando alzava la mano con la rivoltella in
pugno, la manica della camicia col polsino aperto gli scivolava indietro scoprendo il braccio. E a ogni
passaggio di luce un braccialetto doro scintillava come una lama di coltello che gli attraversasse rapida
il polso.
Poi si era fermato e laveva fissata: Anna aveva avuto limpressione che si fosse accorto della
sua presenza soltanto in quel momento. In quel preciso momento. Con la rivoltella in pugno si era
mosso verso di lei. Si era avvicinato, sempre di pi, mentre i loro occhi finalmente sincontravano in un
contatto senza mediazioni. Uno sguardo duna veemenza dolorosa al pari duna sonda nella carne viva.
Di scatto, aveva gettato indietro la testa per sfuggirle e si era buttato sopra il suo corpo. La sovrastava
impedendole di piegare la schiena e spostarsi quel tanto che bastava per scrutarlo ancora in viso.
Il colpo era partito. Luomo sera inarcato, alto su di lei, per scivolare immediatamente gi,
piegandosi di lato e cadendo di traverso sul suo seno. Stordita, Anna laveva tenuto su di s un tempo
eterno. E intanto lo sentiva diventare sempre pi pesante, sempre pi inerte. Un liquido caldo le aveva
bagnato il ventre scivolando infine lungo le cosce. Non era sangue. Era orina.
Soltanto quellultima manifestazione di vita, lultimo calore che fluiva via dal suo corpo, aveva
avuto il potere di ricondurla al presente.
6
La ragazza era crollata inabissandosi in un sonno nervoso, tanto che le mani strette a pugno,
serrate contro il corpo, lentamente si socchiudevano nellintorpidimento. I lineamenti erano pi distesi,
un piccolo neo risaltava bagnato di lacrime proprio sotto le lunghe ciglia naturalmente scure, senza
rimmel, not Anna. Mentre invece i capelli erano illuminati da striature pi chiare che li rendevano
quasi biondi.
La sala daspetto, contigua allambulatorio vero e proprio, era arredata semplicemente e con
oggetti poveri ma rivelava gusto e attenzione amorosa in ogni particolare. Non aveva quellaria  fra il
triste e lasettico  che di solito caratterizza lanticamera di uno studio medico. Niente vetrine ma, in un
angolo, una piccola scrivania fine Settecento (unico mobile di un certo pregio, regalo della nonna).
Niente stampe alle pareti ma grandi manifesti di mostre: Kandinskij, Klee, Mondrian, un enorme Corot
che occupava quasi tutta la parete contro cui era appoggiato il divano.
Guardando fisso davanti a s, Anna ascoltava il respiro della giovane sconosciuta. Il silenzio
della stanza aveva un effetto paralizzante e limprigionava in una pesante cappa dirrealt. Finch il
rubinetto del lavandino, nellambulatorio, si mise a gocciare ostinato, implacabile, facendo da
contrappunto allalterna cadenza dei loro respiri. Non vorr restare qui tutto il giorno, sinalber
Anna dimprovviso mentre linsofferenza dilagava senza pi freni e le montava alla testa. Apr la
bocca. Le mancava il fiato e aveva voglia di urlare. Si alz, incapace di restare ferma un minuto di pi.
La borsetta della ragazza era caduta a terra quando erano entrate, nellimpaccio e nella fretta di
raggiungere un punto saldo dapprodo. Nel cadere, si era aperta.
Anna si chin a raccattare gli oggetti sparsi sul pavimento e che erano rotolati fin davanti alla
porta dingresso, raccogliendo qua un rossetto, l unagendina, pi in l ancora due mazzi di chiavi, una
scatoletta di liquerizia, un portafoglio da cui scivol fuori un pezzo di carta strappato da un taccuino o
da un quaderno. Sopra vi era segnato un indirizzo. Locchio registr meccanicamente la via, il numero
della casa. E cera anche un nome  il nome di quelluomo  scritto con una calligrafia minuta ed
elegante.
Anna si raddrizz di scatto, andando a sbattere contro la scrivania ingombra di riviste e vecchi
giornali. Un foglio volteggi fino a terra posandosi sul pavimento di marmo.
La paura, questa volta, bruciava come una frustata facendole avvampare il volto. Qualcosa le si
smosse nello stomaco, gorgogliando. Rilesse il nome, incredula, poi strinse nel pugno il pezzo di carta.
Non si era trattato di un caso, dunque. Ma chi era e che voleva da lei, quella sconosciuta?
A quel punto un sussulto incontrollato scosse le gambe della ragazza che apr gli occhi,
riprendendosi impacciata dal torpore involontario che laveva colta. La fiss fiduciosa, senza timore,
come se fosse la cosa pi naturale del mondo che lei se ne stesse l con la sua borsetta fra le mani, e per
di pi aperta. Poi il suo sguardo sintorbid e negli occhi le crebbe una meraviglia, uno stupore
genuino.
Sono pazza, esclam la giovane donna, scandendo le parole, pazza. Mi stavo
addormentando, pensi un po. Credo proprio di essere pazza.
Prese a ridere istericamente cercando al tempo stesso, in maniera scomposta e scoordinata, di
alzarsi. Una reazione che sconcert ulteriormente Anna. Ma era tutto talmente insensato, irragionevole
se quel biglietto non era un sogno, e non lo era poich lo stringeva ancora in pugno.
Anna non riusciva a immaginare per quale maledetta coincidenza si trovasse rinchiusa l, in
quella stanza, proprio con quella ragazza. Ma una spiegazione doveva pur esserci e lei lavrebbe
trovata. Doveva sapere. Una simile coincidenza era e restava inverosimile. Se fosse stata superstiziosa
lavrebbe considerata un segno del destino, un ammonimento a non tenere nascosta pi oltre quella
storia. Tacere e rimuovere la realt poteva rivelarsi un gioco pericoloso. Rischiava di dar luogo a
equivoci, di suscitare abbagli. Di farla precipitare in simulazioni estreme, inutili e dannose.
Ma che cosa poteva sapere, in fin dei conti, quella ragazza? Quali sospetti poteva nutrire nei
suoi confronti? E poi, aveva accettato il suo aiuto. Forse per aver agio di spiarla, di cogliere una sua
mossa o un passo falso e dar corpo in questo modo a dei semplici dubbi? Ma se laveva spinta verso di
lei il sospetto non avrebbe reagito con tanta naturalezza, lasciandosi sopraffare dal sonno. La diffidenza
lavrebbe indotta a stare in guardia, a triplicare lattenzione, a compiere un maggiore sforzo
dautocontrollo. Altro che addormentarsi! Una reazione altamente improbabile. Anche se non
impossibile.
Anna apr il pugno, rimise il biglietto nel portafoglio e il portafoglio nella borsetta chiudendola
con una calma insospettata.
Dopo una forte scossa o unemozione il sonno  la difesa migliore, mormor pi a se stessa
che allaltra. E lei deve essersi presa un bello spavento, non  cos? Poi, senza attendere risposta:
Un calmante le far bene, solo per aiutarla a rilassarsi, a riprendersi un poco.
Non ho bisogno di calmanti, io, mi ci vuole ben altro.
Quel breve sonno aveva stravolto e turbato la giovane sconosciuta, come se le fosse stato
estorto con linganno.
Anna rise ma seccamente, a fior di labbra.
Non ho intenzione di avvelenarla.
Laltra insisteva: Non voglio niente. Non prendo mai medicine, io, di nessun tipo.
La voce era alterata da una nota isterica, forzata. Ma poi, accorgendosi dessere stata troppo
brusca, la ragazza sinterruppe.
Mi dispiace, riprese. Balbett pasticciando con le parole, poich aveva interpretato il silenzio
di Anna come un segno di disappunto. Lei  cos gentile, non volevo offenderla. Ma tutti questi
intrugli chimici... Qualcosa di forte da bere piuttosto, questo mi ci vorrebbe. Un goccio di qualcosa.
Dobbiamo salire nel mio appartamento, allora. Sono cinque piani e non c lascensore: pensa
di farcela?
Per tutta risposta la ragazza si alz in piedi. Solo in quellistante parve accorgersi che Anna
teneva in mano la sua borsetta. Le rivolse uno sguardo interrogativo.
Era caduta per terra, spieg Anna con unindifferenza che nemmeno lei cap se simulata o
reale.
7
Lappartamento era chiaramente una costruzione abusiva, come ce ne sono tante a Roma.
Ricavato dallantico lavatoio coperto situato sul terrazzo, un tempo condominiale, che fungeva anche
da tetto. Molto piccolo ma con lo spazio razionalmente distribuito, mobili studiati per un ambiente
ristretto e un isolamento termico decisamente buono: il caldo non entrava nel superattico, come
vengono definite queste costruzioni nel gergo eufemistico degli agenti immobiliari. Una finestra
panoramica occupava tutta una parete e una porta-finestra dava sul terrazzo grande quanto tutta la casa
e forse pi. Di fronte, distante appena qualche metro, la chiesa di San Giovanni dei Fiorentini riempiva
tutta la visuale. Dal coronamento del prospetto una bianca teoria di santi guardava direttamente nel
soggiorno mentre in basso a destra un punto luccicante svelava lo scorrere del Tevere.
Su un tavolinetto basso situato sotto la finestra faceva bella mostra di s un grande vassoio di
legno laccato e dipinto a mano, pieno di bottiglie di whisky, gin, martini, vodka, un secchiello per il
ghiaccio, un boccettino di angostura. Anna scost un paio di bottiglie cercando il cognac. Lo vers in
due bicchieri e, prima ancora di porgerne uno alla ragazza, butt gi qualche sorso. Poi le indic una
comoda poltrona di pelle, una vecchia Frau, in un angolo della stanza. In quellistante il telefono inizi
a squillare. Anna vinse limprovvisa riluttanza e alz il microfono.
Ascolt pazientemente, seguendo una crepa sullintelaiatura della finestra con lunghia
dellindice che sollevava schegge impalpabili di vernice bianca.
In ogni caso, prima, devi farti visitare da una ginecologa. Prova a telefonare... aspetta, ti cerco
il numero. Reggendo la cornetta fra la spalla e il mento, sfogli unagenda. Puoi andarci a nome mio.
S, credo sia rimasta in citt. Lei ti spiegher meglio tutta la procedura. E forse, dagosto, non dovrai
aspettare molto, non ci saranno lunghe liste dattesa in ospedale.
Aveva ritrovato il suo tono pacato e persuasivo e se ne compiacque. La prontezza con cui si era
calata nellabito professionale le infondeva nuovo coraggio. Poco prima nellanticamera
dellambulatorio, a tu per tu con la giovane sconosciuta, le era parso di tornare indietro, ai tempi in cui
doveva ancora imparare a fidarsi di se stessa. Non era stato facile, per lei. Nessuno laveva educata ad
affrontare le conseguenze delle sue azioni e aveva dovuto scontare un duro apprendistato nel passaggio
dallindulgenza protettiva della casa della nonna al mondo adulto del lavoro dove invece ogni atto ha
un peso, ogni parola un effetto: un cambiamento niente affatto indolore. Faticosamente, era entrata nel
mondo delle responsabilit. Ma forse sera sbagliata a considerare tutto ci un capitolo chiuso. Almeno
non una volta per tutte, non definitivamente.
Dal fondo della poltrona la ragazza seguiva ogni suo pi piccolo gesto, ogni minimo
spostamento con una concentrazione evidente, tanto evidente da suscitare in Anna un vago nervosismo.
Quegli occhi attenti e curiosi la infastidivano. Si volt verso la finestra e il suo tono al telefono divenne
appena un po pi rigido, assunse una sfumatura di congedo.
E finalmente, posando la cornetta, Anna spieg: Sempre cos, tutti gli anni la stessa storia.
Ogni volta che resto in citt, a met di agosto, proprio il quindici magari, c una donna disperata che
non sa dove sbattere la testa.
Un aborto?
S, un aborto.
Anna si riappropri del bicchiere e tenendolo stretto nella destra lo mosse un poco, fissando il
liquido che ondeggiava. Un gioco stupido che serviva  come laccendersi una sigaretta  a riempire
attimi infinitesimali ma imbarazzanti di tempo.
Poich laltra taceva, Anna aggiunse: Nonostante la legge, lindirizzo o anche semplicemente
il nome di una ginecologa amica  consolante.
Le torn in mente il suo primo sospetto: quando laveva vista aggrappata al palo, in mezzo alla
piazza, e aveva pensato che quel malessere, i conati di vomito... La osserv con intenzione e la ragazza
rispose alla sua muta domanda con un breve, distaccato sorriso. Il fatto non la toccava, era evidente. Il
suo malore aveva di sicuro altre cause, altre origini.
Anna rivide lascensore che saliva, ud il suono inconfondibile di una chiave che girava nella
serratura, una volta soltanto.
Il cognac aveva aggiunto caldo a caldo, una reazione dovuta al combinarsi della spossatezza del
corpo con la tensione della mente. Anna si pass il bicchiere sulla fronte sudata: un piccolo,
immaginario sollievo. Le labbra della ragazza di un rosa carico, naturale, le ravvivano il volto e lei
pens:  giovane, molto giovane. La cosa, chiss perch, le parve rassicurante, un punto a suo favore,
un vantaggio per s.
Di nuovo la stanchezza lassal mescolandosi al sudore acido del giorno prima, ad altri odori
che forse non aveva neppure addosso ma dentro, nel pi profondo di s e da l salivano nel naso, nella
bocca. Negli occhi, perfino. Un tanfo di spazzatura sotto il sole, il catrame attaccato ai sandali, i
portacenere ricolmi di cicche stantie, il fumo stagnante delle sigarette che si decomponeva nellaria
viziata, il letto disfatto e macchiato di whisky, di umori.
Avviandosi verso il bagno, Anna cominci a slacciarsi la camicetta.
Non ce la faccio pi, mi devo cambiare. Sono talmente sporca, sudata. Uno schifo.
Sorrideva, ma un reale disgusto di s le portava in bocca una saliva amara, biliosa.
Accese la radio che teneva in bagno, bassa, sul terzo canale: qualcuno annunciava il Pierrot
lunaire di Schoenberg. Una musica spezzata, come le sue gambe in quel preciso momento. Aveva
lasciato la porta aperta e le tendine della finestra sbattevano contro il vetro e il legno della persiana, si
gonfiavano nella corrente. Mentre si toglieva la camicetta continuava a parlare. La distanza dal bagno
al soggiorno era talmente breve che non occorreva nemmeno alzare la voce.
Prendi pure dellaltro cognac. Sinterruppe. Se vuoi, aggiunse. Sera trovata
improvvisamente e naturalmente a darle del tu. Butt la camicetta nel cesto dei panni sporchi (un cesto
di vimini, panciuto e verniciato di bianco) e si sfil la gonna. Non so neppure come ti chiami.
Marta. Tralasci il cognome, e Anna non glielo chiese.
Che fai?
Adesso? La voce suon perplessa e lievemente imbarazzata.
Ma no, voglio dire, studi, lavori o che altro?
Studio. Sono iscritta alluniversit. Ma non sono di Roma, vengo dalla provincia. Una breve
pausa, e poi: Qualche chilometro appena, un paese alle porte di Roma, si pu dire. Sacrofano, lo
conosci?
Anna non rispose. Si stava slacciando lorologio e sul cinturino metallico aveva scorto una
piccolissima macchia di sangue rappreso. Lemozione le bloccava il fiato in gola e le impacciava le
dita, goffe a tal punto da non riuscire pi a sfilare lorologio dal polso.
Una macchia.
Eppure sera ritrovata senza neanche una goccia di sangue addosso quando era scivolata gi dal
letto, un miracolo dovuto alla posizione del suo corpo e alla traiettoria del colpo. Per prestargli
soccorso gli si era inginocchiata accanto, ma dal lato da cui era scesa, il pi lontano. E il cuscino, le
lenzuola spinte da una parte e ammucchiate alla rinfusa avevano fatto barriera, impedendo perfino ai
suoi occhi di andare troppo oltre. Non voleva andare troppo oltre: la sua professione non laveva
abituata a tanto, allintimit sconvolgente di una simile morte. Accuratamente, consapevolmente aveva
evitato di toccare il lenzuolo o di spostare il cuscino. Non ce nera bisogno, del resto, per portare a
termine quella necessaria, orribile verifica e per comprendere che tutto era finito, in modo irrevocabile.
Quando se nera andata, non cera pi niente che potesse fare.
E ora quella macchia. La richiamava alle sue responsabilit. Di fronte a lei sapriva ununica
strada, ununica scelta logica, sensata: presentarsi a un qualche commissariato di zona e raccontare
tutto, per filo e per segno. Non cera di che aver timore. Ma la sola prospettiva le toglieva ogni
coraggio e ogni parvenza di sicurezza. Il sangue le correva via, a fiumi, dalle vene, smarrendosi chiss
dove insieme con la decisione di parlare. No, non avrebbe raccontato niente a nessuno. Era stato un
incidente. Non cera colpa nel suo silenzio. Questa certezza tornava a rassicurarla e in qualche modo la
giustificava.
Il suo stesso corpo si rifiutava di sostenere altre prove. Era esausta. Troppe emozioni in una
volta sola, non era in grado di affrontarne altre: la stesura del verbale, le domande, le spiegazioni in
questura.
Gi si raffigurava la scena. Un agente, magari in borghese, che batteva a macchina la sua
testimonianza con due sole dita, compitando le parole. Triplice copia in carta carbone, come la volta
che aveva denunciato il furto del portafogli. Pu ripetere, per favore? le avrebbe chiesto, le mani
ferme sui tasti della vecchia portatile.
Una fatica inconcepibile, intollerabile in quel momento. E non poteva certo rimandarla
impunemente: come avrebbe giustificato una denuncia fatta con uno, due giorni di ritardo? No, non
avrebbe parlato n ora n mai.
Del resto, era stato un incidente. Niente turbava la sua coscienza. Se non lintima
consapevolezza dessersi lasciata andare a un atto di omissione, a un silenzio dettato da un sentimento
inestirpabile. Il suo silenzio rivelava una radice occulta ma profonda di vilt. Tacere diventava cos un
peccato. E un errore, forse, dalle imprevedibili conseguenze.
Ma come sera trovata coinvolta in una storia del genere? A trentacinque anni compiuti era la
prima volta che si concedeva un amante occasionale. Nella sua vita cera stato un solo uomo, anni di
convivenza e poi un matrimonio durato lo spazio di unestate. Un solo uomo a trentacinque anni. Per la
verit quasi non si meravigliava che la sua prima avventura fosse finita cos. E non si trattava damore,
di fedelt o di un qualche principio da rispettare. Anzi, trovava imbarazzante la sua incapacit di
emancipazione sessuale. Ma non la voleva, per s. Laveva sfiorata a volte il sospetto di essere frigida.
Eppure il suo corpo, alla prova, si rivelava una macchina perfetta: linsensibilit risiedeva nelle
emozioni, non nel corpo. Ma allora: quando e come era arrivata a quel punto? Si era lasciata tentare,
ecco la verit.
La verit era banale e un tantino squallida: faceva troppo caldo e lei si era sentita, per la prima
volta in vita sua, troppo sola. In un eccesso di sicurezza di s che sconfinava nella presunzione, aveva
creduto di non correre alcun rischio: era lei, Anna, a dominare la situazione. Ed era assolutamente certa
che quelluomo non avrebbe catturato per molto tempo ancora il suo desiderio. Sarebbe stato facile
dimenticarlo. Ma lui non laveva permesso. Era stato sufficiente un gesto. Un solo gesto di cui Anna
sera trovata a essere semplice anche se incauta spettatrice.
Ma nessuno, mai, avrebbe saputo: e solo questo contava. Nessuno laveva vista, nessuno poteva
immaginare che esistesse una relazione, un rapporto qualsiasi fra lei e quelluomo. Lo conosceva da
poco, non aveva fatto in tempo a entrare nel cerchio delle sue abitudini e dei riti quotidiani, a conoscere
i suoi amici. E Anna non aveva avuto lintenzione di rendere importante fino a tal punto la loro storia.
Cera un solo neo in tutta quanta la vicenda. Un inciampo, uno solo. Quella ragazza con
lindirizzo di lui chiuso nella borsetta.
8
Anna si scosse e seguit a spogliarsi.
Lo specchio ora le rimandava la sua immagine: nuda, in piedi dentro la vasca. Distolse gli occhi
per paura di scorgere da qualche altra parte  e questa volta impressa sul corpo  una macchia sfuggita
alla sua attenzione, una traccia qualsiasi della notte appena trascorsa, ancora cos vicina. Non
desiderava vedere ci che lacqua e il sapone strappavano via dalla sua pelle. Strofin col guanto di
crine le braccia, il ventre, le gambe. Strofin fino a farsi male, sotto la doccia che scorreva producendo
su di lei un effetto benefico, calmante. Era stata Silvia Plath a scrivere che un buon bagno caldo risolve
tutto o quasi? Certo che non cera da fidarsi dei suoi consigli considerando comera morta, la testa
infilata nel forno di cucina. Il vapore che salzava dalla vasca andava velando il grande specchio alla
parete e riduceva il suo corpo a una sagoma incerta, una sfumatura di colore. Ormai poteva alzare la
testa e specchiarsi senza temere alcunch.
Rabbrivid a un soffio daria. La porta del bagno, che la corrente aveva chiuso a met, era di
nuovo completamente spalancata. E Marta, sulla soglia, la fissava. Lo scroscio della doccia aveva
soffocato il rumore dei suoi passi. Anna not che era a piedi nudi. Si era levata i sandali dal tacco alto e
cos, scalza, aveva assunto unaria rilassata, pi disinvolta. Troppo disinvolta. Quellintrusione non le
garbava affatto. Anche se lei stessa, dandole per prima del tu, in un certo senso laveva autorizzata a
concedersi delle libert.
Una spalla contro lo stipite della porta, la ragazza contemplava senza un briciolo di timidezza il
suo corpo nudo. Uno sguardo ben diverso da quello che le aveva rivolto poco prima, mentre rispondeva
al telefono. In fondo ai suoi occhi chiari sera accesa una scintilla  un intimo cenno di riconoscimento
che la inquietava.
Vuoi che ti aiuti?
Che assurdit, si ribell Anna: eccoci qui come due vecchie amiche a scambiarci premure e
attenzioni, a scrutarci con la confidenza  un po venata di malignit  tipica delle donne. Un esame
che proprio non le andava gi. Ma era soprattutto quellassenso misterioso, quellintesa che aveva colto
negli occhi dellaltra a turbarla.
Faccio da me, disse sgarbatamente.
Vers dentro la mano a coppa una buona dose di shampoo, distribuendolo quindi sui capelli
umidi. Rovesci indietro la testa per evitare la schiuma, ma alcune gocce scivolando lungo la fronte le
punsero langolo interno degli occhi. Lei serr le palpebre e offr il viso rovesciato al getto dellacqua.
Il seno era teso, la schiena sincurvava. Anna avvertiva tutto il suo corpo tendersi armonioso e si
sentiva piacevolmente invasa dalla consapevolezza di quellarmonia. Pi consapevole adesso del suo
ventre piatto, delle gambe slanciate senza un filo di cellulite che durante la notte, nei gesti dellamore.
Spalanc gli occhi, il respiro affrettato da un oscuro spavento.
Che hai da guardarmi? chiese senza averne lintenzione e con unaggressivit esagerata.
Ti vergogni?
Senza scomporsi Marta le porse un asciugamano di spugna, il pi grande di quelli appesi alla
sbarra dacciaio inossidabile accanto al lavandino.
Anna alz le spalle. In fondo era seccata esclusivamente con se stessa per limpressione di
falsit, davvero sgradevole, che le stagnava nel profondo del cuore, come una pozza che imputridiva e
che trasformava ogni premura in un rimprovero, tanto pi acre quanto pi inconsapevole.
Ma quale di loro due in realt nascondeva un segreto? Perch Marta aveva in borsa proprio
quellindirizzo? Non era immotivata la sua diffidenza e il rifiuto istintivo di farsi coinvolgere e
trascinare in complici e fuorvianti familiarit.
Che cosa legava Marta a quelluomo? Ecco un interrogativo a cui doveva trovare una risposta
se le stava a cuore la sua pace futura. E come? Poteva, volendo, semplificare le cose: raccontare con
franchezza la sua versione dei fatti e chiedere allaltra dessere franca, a sua volta. Ma non le conveniva
scoprirsi se la ragazza non sapeva niente di lei e il loro incontro era davvero casuale.
Eppure la sua disinvoltura appariva un tantino eccessiva, studiata per camuffare un imbarazzo,
un timore o unastuzia. Dapprima aveva accettato con riluttanza il suo aiuto, per poi adagiarvisi come
su un cuscino. Era chiaro che la ragazza non intendeva mollare. Che aspettava? E soprattutto che cosa
si aspettava da lei oltre loccasionale e limitata assistenza che era in grado di offrirle?
Cera qualcosa che non quadrava.
9
Dalla porta-finestra entravano sole e caldo, tanto che i suoi capelli erano ormai pressoch
asciutti. Anna li sfilava fra le dita per controllare lumidore che ancora rimaneva in fondo, alla radice, e
li scuoteva perch si sistemassero con spontaneit nella solita massa tonda e compatta attorno al viso.
Accese una sigaretta. Lultima. Accartocci il pacchetto vuoto. Nascosto in casa da qualche
parte ce nera uno di riserva. Doveva cercarlo, ma le gambe non la reggevano pi. E tuttavia la
presenza di Marta le impediva di abbandonarsi allo sfinimento, la obbligava a sorvegliarsi. In una certa
misura questo era un bene. Contribuiva ad allontanare, se non a dissolvere, il corteo di ombre che gli
avvenimenti della notte seguitavano a proiettare sul suo animo.
Non voglio che se ne vada, chiar risolutamente a se stessa. Che cosa le aveva fatto supporre
che la ragazza nutrisse lintenzione di restare? Occorreva, invece, trattenerla.
Ancora nausea?
Marta scosse il capo. Stava in piedi controluce: sotto la gonna era ben visibile la linea sottile
delle mutandine, lattaccatura profonda delle cosce. Sul pavimento spiccavano le impronte dei loro
piedi bagnati. Ma Anna non aveva nessuna voglia di alzarsi, prendere uno straccio e pulire.
Non so se faccio bene a parlarne, la ragazza esord, e Anna, colta di sorpresa, sobbalz ma
tacque poich la determinazione dellaltra sembrava il preludio a qualcosa dimportante che non
andava interrotto. Ma ne devo parlare a qualcuno, altrimenti credo che finir davvero per impazzire.
Ci siamo, pens Anna mentre un fiotto di sudore le bagnava di nuovo la schiena. Laltra
aspettava un cenno dincoraggiamento, una parola, ma lei riusc solo ad annuire ripetutamente.
Non so nemmeno da che parte cominciare.
A piedi nudi e la testa china sul petto, sembrava pi piccola, fragile. Eppure sindovinava una
sorta di durezza nelle spalle rigide, nellimmobilit a cui costringeva il corpo, nelle palpebre basse che
evitavano il confronto. La prese piuttosto alla larga. La sua vita di studentessa fuori sede: le piccole
pensioni, ogni tanto lospitalit in casa di amici, luniversit intesa come unoccasione per non tornare
pi in paese e allontanarsi dalla famiglia. Parlare di s la rinfrancava: significava muoversi su un
terreno sicuro, tanto che il nome di quelluomo comparve quasi con naturalezza nel discorso, senza
strappi.
Laveva conosciuto da poco ma quellincontro era parso a entrambi un segno della provvidenza.
Marta cercava, come al solito, una stanza da qualche parte meno triste della pensione che
lospitava. Luomo possedeva una casa grande, in pieno centro. Troppo vasta e solitaria da quando la
moglie laveva abbandonato. E lui non sopportava di vivere da solo, la solitudine luccideva. Cos
avevano stipulato una specie di patto: lei avrebbe preso in affitto una stanza a un prezzo modesto,
simbolico, in cambio di un po di compagnia.
Luomo per la verit aveva espresso il desiderio di ospitarla senza contropartite in denaro,
sosteneva che era lei a fare un piacere a lui e non viceversa. Marta per aveva insistito per pagare
qualcosa: in fondo quelluomo era solo un amico di amici, quasi uno sconosciuto. Meglio mettere
subito le cose in chiaro. Patti precisi. E il denaro  poco, ma pur sempre denaro  in mezzo come una
diga pronta ad arginare il rischio di una piena invadente. La situazione era nuova per lei. Non si trattava
del solito gruppo di amici o di studenti squattrinati che decidono di dividere un appartamento, ma di un
uomo adulto, con una professione. Un uomo terrorizzato dalla solitudine, che si accontentava di poco.
Gli bastava sapere (cos le aveva detto) che qualcun altro respirava, si muoveva, viveva l dentro.
Qualcuno con cui, ogni tanto, bere un aperitivo prima di cena, ascoltare un disco o semplicemente
scambiare un saluto. Una presenza.
Una proposta un po stravagante, daccordo. Ma io non credevo quasi alla mia fortuna. Sai
com, una breve risata, troppo alta, le spezz la voce, gli uomini che non vogliono restare soli
trovano sempre da sistemarsi, una donna disponibile bene o male la raccattano. Ero convinta che
sarebbe durata poco, la mia fortuna. E in effetti... Anche se  andata in tuttaltra maniera.
Tacque mentre un tic nervoso le sollevava un angolo della bocca in una piega amara e il naso e
la fronte le si imperlavano di sudore.
Mi aveva gi consegnato le chiavi. E stamani... Volevo prendere delle misure per comprare un
armadio e arredare, anche se sommariamente, la stanza che doveva essere mia. Mi entusiasmava lidea
di rimetterla a posto, renderla accogliente. Una stanza tutta mia in una vera casa.
Anna volle versarsi dellaltro cognac ma le mani le tremavano con troppa evidenza. Ci rinunci
e lentamente per nascondere il tremito pos il bicchiere sul tavolino, fra le bottiglie. In quello spazio
ristretto le emozioni si trasmettevano con grande intensit.
Stamani ho aperto con le mie chiavi. Pensavo che fosse fuori, al lavoro, ma la porta non era
chiusa. Voglio dire, ho aperto immediatamente, non c stato bisogno di girare la chiave nelle solite
due o tre mandate. Lui era in casa, lho capito subito. E poi lho visto. La porta della sua camera era
spalancata, il corpo gettato sul letto in maniera strana, scomposta. Mi sono avvicinata. Era morto.
Ucciso.
Era andata cos, dunque. Anna laveva gi intuito, lo sapeva, laveva sempre saputo. Da quando
leco di quei tacchi sul marciapiede laveva raggiunta. O ancora prima. Quando aveva visto accendersi
la luce rossa dellascensore. Ma i conti ancora non tornavano. Anzi ora meno che mai.
Ucciso? Sei sicura? Si studi dinfondere nellintonazione stessa della frase una giusta dose
dincredulit. Hai detto che era sconvolto per labbandono della moglie. Non potrebbe essersi
ucciso?
Negli occhi di Marta guizz un lampo di meraviglia, dincertezza.
Non saprei.
Consider un attimo in silenzio quella possibilit.
Era depresso, questo  certo. Riconosco perfettamente i sintomi, se non altro per esperienza
personale.
Anna le lanci unocchiata scettica ma laltra, senza rilevarla, prosegu: Quando lho visto
buttato a quel modo sul letto ho pensato subito a un omicidio, ma veramente non saprei spiegarti il
perch. Se lavessi osservato meglio... Ma ti assicuro, e la ferocia del ricordo le incresp la fronte,
che non ne ho proprio avuto il coraggio. La violenza della scena, la rivoltella, s, ecco, adesso
rammento. Ho pensato che era ben strano che la rivoltella fosse cos lontana dal corpo. Troppo lontana
per un suicidio. L per l si  trattato solo di unimpressione, ma ripensandoci...
Un assassino che dimentica larma sul luogo del delitto?
Marta non rispose, non lascoltava, tutta presa adesso dal suo timore pi forte e profondo.
Ho avuto paura, disse, e sono scappata come una stupida. Mi sentivo in pericolo. E in colpa,
un assurdo senso di colpa. Forse per aver accettato con troppa leggerezza... Fatto sta che sono scappata.
E ora possono sospettarmi davvero perch non ho chiamato subito la polizia.
Certo non  una reazione normale.
Marta divenne pallidissima. Non mi credi?
Io s, io ti credo.
Ma che vantaggio avrei dalla sua morte? Mi danneggia soltanto.
Questo lo affermi tu, e va bene. Per, se lui avesse tentato di avere qualcosa di pi della
semplice compagnia?
E per questo avrei dovuto ucciderlo?
Non  escluso che possa sembrare un movente, a qualcuno. Non tutti, sai, sono cos
emancipati.
A Marta non piacque laccento che lei aveva messo su quellultima considerazione. Alz il
mento in atto di sfida e le piant gli occhi addosso con un risentimento assai simile allodio. E con una
lieve ma acuta punta di sospetto.
Devo stare pi attenta, si ammon Anna. Sicuramente laltra aveva avvertito nella sua voce un
sollievo che non aveva ragione dessere, una nuova leggerezza che sembrava nascere dallinatteso
affacciarsi di una speranza. E il sospetto laveva irrigidita. Ma il suo racconto confermava lipotesi che
il loro incontro altro non era se non una sciagurata coincidenza. Sciagurata? Tutto sommato Marta
costituiva per lei un paravento perfetto e Anna se ne rendeva conto con una chiarezza che aumentava di
minuto in minuto. Ma la cosa, invece di farle piacere, la turbava: erano entrambe vittime del caso che
prima aveva messo sulla loro strada quelluomo e poi luna nelle mani dellaltra.
Ma forse era lei soltanto, Anna, ad avere nelle mani il controllo dellintera vicenda, a sapere.
Anche se cera il rischio che qualcun altro se ne immischiasse.
I vostri amici... lo sanno che andavi a stare da lui?
Marta esit. Infine, dopo una pausa vagamente ostile, si decise a rispondere.
No,  stata una cosa totalmente improvvisa. In pochi minuti, al tavolo di un ristorante,
avevamo gi programmato tutto. Gli altri se ne erano andati da un pezzo e noi eravamo soli e
infervorati dal nostro progetto. Il giorno dopo ci siamo rivisti per le chiavi. E io, be, naturalmente ho
avvertito il padrone della mia pensione che avrei lasciato la stanza, oggi o domani. Questo  tutto.
Nessun testimone, dunque. Nessuna pista, in fin dei conti, che conducesse a Marta. Anna
ricacci in fondo al cuore un involontario moto di delusione. Restava il fatto che la ragazza si trovava
invischiata nel suo stesso dilemma. Parlare o tacere. Se parlava, le indagini sarebbero partite da un
binario che fortunatamente correva lontano da lei, Anna. Purtroppo non le sembrava che laltra
propendesse per quella soluzione. Ma lei poteva sollevare la cornetta del telefono e... Tuttavia una
denuncia poteva ritorcersi addirittura contro di lei, se la ragazza laveva vista mentre scappava da
quella casa o se anche soltanto nutriva un dubbio, un sospetto del genere. Uscire allo scoperto era in
ogni caso unimprudenza, non conveniva. Meglio se entrambe tacevano.
Anna si copr le ginocchia, accostando i lembi dellaccappatoio. Gi era necessario simulare a
tal punto? Gi era arrivata a questi calcoli assurdi? Ma si trattava di unassociazione di idee inevitabile,
fatale. Riflessioni, in realt. Considerazioni. Nientaltro.
Accavall le gambe. Perch mi hai raccontato tutto questo? chiese a bruciapelo.
Perch... Mia madre sostiene che un medico  un po come un confessore. Una bella seccatura
per te, immagino. Sorrise controvoglia. E mi hai aiutata, scand in una considerazione che voleva
essere conclusiva.
Sera seduta accanto ad Anna, le gambe ripiegate sotto il busto, tutta rannicchiata contro la
spalliera del divano. I capelli bagnati di sudore le ricadevano sugli occhi nascondendole in parte il
profilo: una figuretta patetica, del tutto scoperta nelle sue motivazioni e nei suoi impulsi.
Che farai adesso? prov a sondare Anna. La risposta venne dimpulso e la sorprese.
Dimmelo tu.
Io?
La ragazza apr le mani in un involontario gesto di disperazione e dimpotenza.
Io non so che fare... Davvero non so...
Capisco. Anna le sfior il braccio, rassicurante. Ma hai tempo.
Laltra alz il capo e la guard dritto negli occhi.
Hai tempo, precis lei, per decidere se presentarti o no alla polizia.
Dava cos per scontato il suo silenzio, la sua complicit. Ma non se ne preoccup.
E se decidi per il s, non  detto che tu debba andarci proprio oggi. Domani o dopodomani non
cambia niente per lui, purtroppo, e per te si tratterebbe di ununica, irrilevante bugia.
Del resto, aggiunse, dopo un po, solo per caso lhai trovato oggi, avresti potuto trovarlo
davvero fra due, tre giorni.
Ma gi questo  reato, nascondere una parte di verit, mentire.
La discussione prendeva una piega imprevista, scivolava su una singolare china. Anna si sent
accerchiata e colta nelle spire di una manovra avvolgente. Ma lavversario non aveva il volto di Marta:
era piuttosto come giocare una partita a scacchi con se stessa.
Parl con convinzione: A te cosa interessa, una verit pericolosa e insignificante o la sicurezza
di una coscienza tranquilla? E che coshai da rimproverarti, in definitiva? Di non aver adempiuto con
scrupolo al tuo dovere di cittadina? Ma credi che ti user dei riguardi, la polizia?
Marta insinu: Tu, tu che faresti al mio posto?
Anna non pot evitare di chiedersi se cera della malizia nella domanda, in quegli occhi ancora
fissi nei suoi e indecifrabili nella loro trasparenza appena arginata da un cerchio pi scuro attorno
alliride. Ma rispose con tutta la sincerit di cui era capace in quel momento.
Io non ritengo che sia una colpa tentare di proteggersi, di affrontare una situazione cos
ambigua e difficile salvaguardando la propria innocenza.
La ragazza si pass una mano sugli occhi, stancamente. Come per chiudere laccesso a pensieri
nascosti e tuttavia gi rassegnata a vederli riemergere, prima o poi.
Ma se qualcuno nel frattempo scopre il... il corpo?
Difficile se, come dici tu, quelluomo viveva da solo.
E consider che Marta non aveva avuto il coraggio di pronunciare la parola cadavere, quasi
che la morte, non nominata, potesse perdere il suo carattere di ineluttabilit.
No. La ragazza scosse la testa. Non ce la far mai, da sola.
Anna cap: intendeva che non avrebbe mai trovato la forza di lottare per se stessa e qualsiasi
decisione avesse preso, alla fine, lavrebbe travolta. Non si ferm a pensarci sopra e si offr: Stanotte
puoi rimanere da me, se vuoi.
Marta rifletteva: Davvero, potrei?
Ma da come si guardava intorno Anna comprese che aveva gi soppesato i pro e i contro e
stabilito il da farsi. Sarebbe rimasta. Anna valut le conseguenze della sua proposta e se ne pent. Ma
era troppo tardi per ritrattarla.
Questo  un divano-letto, abbastanza comodo, se ti adatti.
Mentre parlava ebbe la netta impressione di essere caduta in una trappola. Trappola che
imprudentemente sera costruita con le sue stesse mani.
10
Poche ore dopo sedevano sul terrazzo ormai in ombra. Tre sedie di legno, verniciate di bianco,
erano disposte in mezzo ai vasi di fiori e alle piante che nascondevano col loro disordine rigoglioso la
balaustra di ferro del parapetto. Qualche palma nana, un mandarino che dava ogni tanto dei frutti
piccolissimi e duri e piante grasse con rami mostruosi e acuminati che restavano sospesi a mezzaria o
strisciavano per uscire dalla costrizione dei vasi.
Il terrazzo girava attorno alla casa, su tre lati. Sul lato sinistro, dietro langolo, fioriva una
spalliera di glicine: da l si dominava il rettifilo di Via Giulia, la pi romantica via di Roma, con il suo
armonioso impianto rinascimentale, i palazzi barocchi e larco che la scavalca dividendola a met,
anchesso coperto di glicini con i lunghi rami pendenti nel vuoto.
Il lato destro del terrazzo, pi stretto, era invece adibito a orto: prezzemolo, basilico, rosmarino,
menta. Anna amava molto quelle piante umili dagli odori casalinghi, anche se raramente le capitava di
usarle. Soprattutto la menta. Ma era un piacere staccare una fogliolina e schiacciarla fra il pollice e
lindice per respirarne lodore che si sprigionava forte e resisteva a lungo sulle dita.
Niente su quel terrazzo era opera di Anna. Laveva trovato cos, in piena fioritura, e se ne era
innamorata.
Le piaceva curare le piante, potare, sradicare, trapiantare, cambiare di vaso, spostare allombra
o al sole a seconda delle stagioni: un po lo stesso lavoro che faceva ogni giorno con i suoi malati. Ma
si rendeva conto che in realt su quel terrazzo lei stava tentando di coltivare, pazientemente, una pianta
difficile da far attecchire nel suo animo e a cui dava nomi diversi di volta in volta, poich sempre le
sfuggiva la sua pi intima essenza. Dare forma alla sua solitaria vita di donna: forse si trattava,
semplicemente, di questo. E poich non esisteva forma che riuscisse a contenere le sue inquietudini,
allora si metteva a potare, sradicare, trapiantare fiori.
Seduta accanto alla giovane sconosciuta, Anna lasciava che il giorno passasse. Anzi era gi
passato e il tramonto aveva la solita dolcezza malinconica, con i vecchi palazzi sul fiume toccati da una
luce di un rosa leggero, velato. O forse soltanto lei li vedeva cos, perfettamente intonati a un suo stato
danimo abituale. Da eterna adolescente, pens con stizza. Si port le mani alla faccia, premendole
sulla pelle tesa e bruciante. La bottiglia del cognac rotol per terra, accanto alla gamba della sedia.
Guardandola rotolare, vuota, Anna scopr di aver bevuto parecchio. Prov sorpresa e una lieve fitta di
sgomento per aver permesso che il tempo prendesse quella direzione, sinfilasse in un vicolo cieco.
Con un movimento pigro, Marta stese le gambe davanti a s. Anna abbass lo sguardo sulle sue
caviglie. Svelte, sottili. E anche la curva del braccio prendeva lo slancio da un polso altrettanto snello.
Particolari insignificanti che non rivelavano nulla di lei. O che invece, al contrario, testimoniavano
uneleganza interiore e ne erano per cos dire la manifestazione materiale. Anna si sent affascinata
dalla fragilit flessuosa di quel polso e di quelle caviglie: avevano il singolare potere di ridestare in lei
una voglia ambigua ma sincera di sapere qualcosa di quella ragazza piombata, si poteva ben dire, nella
sua vita. I suoi interessi, le sue abitudini, cose minute, di poco conto e tuttavia capaci di svelare gli
smarrimenti pi nascosti, la verit di un carattere, di una persona.
Il grido rauco di un uccello attravers il cielo passando su di loro. Risuon a lungo, disperato e
solitario. Anna alz la testa in ascolto.
I gabbiani, spieg a Marta che si era voltata verso di lei. Giungono fin qui dal mare, ed  la
prima volta nella storia. Risalgono il fiume in cerca di cibo, ma  tutto talmente inquinato, mare e
fiume, che non trovano pi niente e muoiono di fame.
Triste.
S. E pens: non pi di tante altre storie moderne di fame e di morte, di campagne inquinate,
di mari senza vita, di citt sovraffollate.
Il mal di testa che da qualche minuto sannunciava, ancora sordo e lontano, scoppi
richiamandola alla realt. E anche questa era, le avevano insegnato, la funzione del dolore.
* * *
In cucina, Anna apr il frigorifero. Una vista desolante: qualche fagottino sgonfio che non
prometteva niente di buono, alcune bottiglie dacqua e una di vino. Ma una pastasciutta si poteva
sempre rimediare: ormai aveva saltato  cont  ben due pasti e non cera da meravigliarsi se tutto
intorno a lei cominciava ad assumere un aspetto sfumato, vagamente deforme. Gli oggetti balzavano di
colpo in unaltra dimensione, gli spigoli delle porte pendevano sbilenchi da un lato mentre le lancette
dellorologio, sulla parete, pulsavano allunisono con il battito doloroso delle tempie.
Anna scosse la testa, allung una mano per prendere la bottiglia del vino e inaspettatamente si
ritrov da unaltra parte, in un grande appartamento vuoto. Con sconvolgente chiarezza vide il
pavimento sporco di quella cucina, i riflessi azzurri delle mattonelle, le bottiglie di whisky
ammucchiate luna sullaltra in un angolo. Ripercorse un lungo corridoio spoglio per ritrovarsi di fronte
un volto duomo.
Si appoggi al frigorifero e chiuse gli occhi. Fu un attimo. Lallucinazione si dissolse dietro le
palpebre abbassate e lei sent  una vera e propria sensazione fisica  la maschera professionale
ricomporle con immediatezza il viso, distenderle i lineamenti. Un medico non pu mostrare le proprie
emozioni, nude davanti al resto del mondo. Tutto scivola sulla sensibilit impermeabilizzata
dallabitudine tracciando solchi poco profondi. Anna credeva dessere sfuggita a quella malattia
professionale e invece qualcosa dellimpassibilit propria del suo mestiere laveva contagiata,
altrimenti non si sarebbe ripresa con tanta facilit e non avrebbe retto, sicuramente, allangoscia.
Dopo averla riempita dacqua, Anna mise sul fuoco la pentola grande, di smalto rosso, tagli un
avanzo di pancetta in piccoli dadi e la fece soffriggere in un goccio dolio.
Marta intanto laveva raggiunta. Diede unocchiata allinterno del frigorifero.
Peggio di un uomo con la moglie in vacanza, esclam con voce divertita. Ma si mise ad
aiutarla sforzandosi di grattugiare un pezzetto duro e secco di parmigiano.
Anna sorrise. La fame aveva messo addosso a entrambe una gran fretta, una prontezza di riflessi
che rendeva pi svelto e calibrato ogni gesto. Si davano da fare attorno ai fornelli coordinando le azioni
come vecchie amiche abituate a quel genere di collaborazione. Lacqua bolliva e Anna vi vers dentro
due cucchiai di sale grosso. Il semplice fatto di preparare un pasto, lidea stessa di mangiare significava
in un certo senso un ritorno alla normalit, al rapporto usuale con il tempo, con gli oggetti, con le
persone. Con se stessa.
Lultima chiazza di luce sul pavimento scivol via.
11
Loscurit le si avvolgeva attorno dandole la sensazione dessere esposta, indifesa. Vulnerabile.
Per ripararsi dal buio, Anna si tir il lenzuolo fin sotto il mento, nonostante il caldo che stagnava nella
camera da letto. Trattenendo il respiro tese lorecchio ai rumori che provenivano dallaltra stanza,
rumori a cui non era abituata e che registrava con unattenzione involontaria, a fior di pelle. Di questo
passo non si sarebbe mai addormentata. Si volt sul fianco, affondando risolutamente la guancia nel
cuscino.
Era la prima volta che un estraneo dormiva nel suo appartamento. Un estraneo? Una qualsiasi
persona, per la verit. Tranne Michela. Ma Michela naturalmente era un caso speciale, a parte, era la
sua migliore amica. Lappartamento, troppo piccolo, non consentiva scambi di ospitalit, chiunque
poteva rendersene conto. In realt Anna era contenta di avere una buona scusa per non ospitare gli
amici di passaggio.
La presenza degli altri  anche se breve, anche se limitata  da un po di tempo la disturbava.
Tutto diventava unintrusione, tutto le costava uno sforzo eccessivo, anche osservare le regole minime
della buona creanza, dare il buongiorno, offrire una tazza di caff o semplicemente scontrarsi con
qualcuno sulla porta del bagno, appena alzata. Colpa del suo carattere chiuso, introverso, che col passar
del tempo peggiorava. Ed era ben consapevole che la distanza minima, inesistente (appena qualche
rampa di scale) dal luogo del lavoro aveva accentuato la sua solitudine, la voglia malsana di rintanarsi,
di nascondersi. Una voglia che non avrebbe dovuto incoraggiare.
Ma laveva desiderata, quella casa, come si desidera la salvezza: le aveva permesso di
andarsene, di lasciare lappartamento che ancora era costretta a dividere con il marito.
Un errore imperdonabile secondo la nonna, per niente turbata dalla decisione della nipote di
abbandonare il marito per mettersi a vivere da sola (cos come non si era scomposta quando se nera
andata con lui senza sposarsi), ma che giudicava assolutamente scandalosa lincapacit di Anna di
cacciar via lui dal tetto coniugale. Chi se ne va ha sempre torto, era il suo fermo credo. Inutile
spiegarle che, senza quel gesto, lei sarebbe rimasta prigioniera in eterno del matrimonio, a dibattersi fra
le mille ragioni della consuetudine e della conservazione. Labitudine  un legame pi forte dellamore,
e perfino labitudine alla sofferenza  difficile da perdere.
Non si pu aspettare, bisogna cogliere il momento, aveva argomentato senza molto successo,
in cui ci si sente forti o disperate abbastanza da porre fine a un rapporto.
Ma poi la nonna aveva capito o semplicemente accettato linevitabile: lei laveva allevata e
aveva fatto da madre e da padre quando i suoi genitori  Anna aveva appena quattro anni  erano morti
in un incidente stradale.
Sullasfalto la macchina  piegata, vinta, un rottame  perdeva acqua come un uomo perde
sangue. Accanto alla portiera aperta dalla violenza dellurto giacevano due paia di scarpe
perfettamente allineate, poggiate con cura da qualcuno: un paio di zoccoli da uomo e due sandaletti da
donna.
Da allora ogni volta che pensava ai suoi genitori o anche (ma questo pi di recente) alla morte,
Anna rivedeva quegli zoccoli e quei sandali. Soltanto quegli zoccoli e quei sandali vicino al bordo della
carreggiata, cos incongrui eppure cos normali, perfettamente, diligentemente allineati.
Di l Marta continuava a muoversi e ad agitarsi cercando la posizione migliore, mentre le molle
del divano-letto cigolavano con imprevedibili singhiozzi metallici. Lo scatto dellinterruttore:
finalmente aveva spento la luce. Era come dormire insieme. Del resto soltanto un armadio a muro
divideva le due stanzette e attraverso la parete sottile Anna udiva perfino il respiro dellaltra. Quella
vicinanza la infastidiva e tuttavia sapere che la ragazza si trovava l, ad appena un passo di distanza, le
dava un sollievo paradossale, del tutto ingiustificato: il conforto che offre la pura e semplice esistenza
di un complice, anche se involontario. Un sentimento indefinibile la legava alla ragazza che giaceva,
ormai presumibilmente addormentata, nella stanza accanto. Un nodo di commozione torbida e confusa.
Qualcosa che lattraeva e la risucchiava nelle pareti vischiose e nondimeno impalpabili di una
ragnatela.
Nonostante la stanchezza, la tensione e lalcol  o forse proprio per tutti questi elementi
mescolati assieme  Anna non trovava pace e nelle gambe le si accumulava, come una sostanza tossica,
lirrequietezza e la smania tipiche dellinsonnia.
La ragazza non aveva abbassato le persiane e dalla porta socchiusa arrivava fino al suo letto la
sciabolata bianca dei riflettori che illuminavano la chiesa. Entro breve Marta se ne sarebbe andata e lei
non ne avrebbe saputo pi niente. Meglio cos. Se possibile, Anna desiderava perdere fin la memoria di
quel giorno disgraziato e di quellincontro. Bastava aspettare, un po di pazienza ancora fino allalba, e
tutto sarebbe finito. Quella storia ormai non aveva pi senso, Anna voleva soltanto dimenticare. Ne
aveva il diritto.
Dimprovviso si sent agitata da una rivolta profonda che cancellava ogni spirito di
responsabilit, e cancellava perfino la compassione  che pure aveva provato  verso quelluomo. Lo
odiava anzi per averla trascinata nel gorgo della sua pi privata disperazione. Un sopruso. Una violenza
che le era stata inflitta per punirla di chiss quale peccato. Ma ci che era accaduto, in un certo senso,
non la riguardava. E soprattutto non era colpa sua. Doveva convincersene. Possibile che tutto, tutto
quello che accadeva nel mondo le sembrasse nascondere in qualche maniera, sempre, una sua remota
colpa? Era colpa sua se la gente moriva di cancro, se lautobus arrivava in ritardo, se la nonna andava
perdendo forze e memoria. Un delirio di onnipotenza.
Ma allora, se non cera colpa in lei, nemmeno la pi lieve traccia di colpa, perch non dire la
verit? La verit. In che cosa consisteva? In una catena incontrollabile di conseguenze. Immagin il suo
nome sui giornali, il droghiere o lamministratore del condominio che leggevano la notizia e
commentavano scambiandosi ammicchi volgari: Ecco dove passa le notti la nostra dottoressa.
Era pi pietoso, per tutti, tacere. E la vera vittima della situazione era lei, Anna.
Accese la lampada sul comodino, controll lora e spense di nuovo la luce: mezzanotte e
mezzo. Lindomani era gi arrivato ed entro breve Marta sarebbe sparita per sempre. Meglio cos,
davvero. E che lavesse vista (magari quando sera fermata sulle scale o addirittura mentre si chiudeva
la porta alle spalle), che importanza aveva? Ma era stato un errore permetterle di confidarsi con lei,
farsi ulteriormente e pi sottilmente coinvolgere. Era pi difficile ora tirarsene fuori. Se non altro,
adesso la ragazza avrebbe avuto ragione di temere un qualche tradimento da parte sua, una denuncia,
una telefonata alla polizia. E invece doveva fidarsi di lei, altrimenti era ragionevole supporre che
avrebbe continuato a tormentarla, a insidiare la pacata sicurezza della sua vita quotidiana.
Ma quale garanzia poteva offrirle, come dimostrarle inequivocabilmente che stava e sarebbe
sempre stata dalla sua parte?
Il raggio dei riflettori, latteo sulla facciata della chiesa, sulle statue che dallalto del cornicione
si piegavano verso la finestra spalancata, batteva sul cuscino, si fermava in un alone livido sui
lineamenti delicati, sulle braccia scoperte della ragazza. Una luce da fantasmi. E in quella luce tutto
sembrava pi netto e al tempo stesso pi lontano, inaccessibile: la curva della spalla, il disegno delle
labbra, delle ciglia. Nellabbandono del sonno il corpo si liberava a poco a poco dogni consistenza e la
sua levit suggeriva il pallido emergere di unaltra forma segreta, inafferrabile.
Con unansiosa urgenza di sentirla viva, reale, Anna si chin a toccarla. Vide che non si era
spogliata del tutto, indossava ancora la maglietta e le mutandine.
Svegliati.
La ragazza alz il viso con un movimento talmente meccanico da sembrare artificiale e le
rivolse uno sguardo remoto, privo dinteresse. Con lintento di scuoterla Anna pos le dita sulla pelle
tenera del braccio, e strinse. Strinse tanto forte che Marta sussult per il dolore.
Che c? disse finalmente. Si tir su con un gesto svogliato. Che succede?
La chiave, esclam Anna. Hai detto di avere aperto con la tua chiave, stamani. Non lhai
persa, vero?
La ragazza si concentr, abbandonando con estrema lentezza la sua aria trasognata. Poi, mentre
negli occhi le balenava una luce di comprensione e di spavento, si volt e si mise a tastare con una
mano, alla cieca, oltre la sponda del letto, cercando la borsetta. Con dita impazienti rovist nei diversi
scomparti e infine tir fuori, con unesclamazione di trionfo e di sollievo insieme, un mazzo di chiavi.
Nella furia della ricerca uno dei ganci della tracolla si era staccato e pendeva a terra.
Le chiavi  due in tutto, una del portone dingresso e una dellappartamento  tintinnavano
appese a un ciondolo doro: un omino stilizzato tendeva un arco stringendo saldamente in pugno la
freccia. Un oggetto grazioso, di un certo valore. Seguendo la direzione dello sguardo di Anna, Marta
spieg:  il mio segno zodiacale, un sagittario. Siamo andati insieme a comprarlo, io e... quelluomo.
Un regalo per festeggiare il nostro accordo. Tacque, poi in tono pi sommesso: Diceva che
mavrebbe portato fortuna.
Dunque una traccia esisteva, dopo tutto. Esile ma pur sempre concreta, tangibile. La sua
intuizione sera rivelata giusta. Anna si domand se Marta ne era consapevole. E forse per questo sera
tanto spaventata al pensiero daver perso le chiavi o di averle dimenticate proprio in quella casa, magari
attaccate alla serratura. Da qualche parte cera un uomo che li aveva visti insieme e che, alloccorrenza,
poteva riconoscerla.
Ci teneva a mostrarsi gentile, anzi era premuroso in una maniera esagerata, perfino
imbarazzante. E subito Marta volle precisare, quasi a scusarsi di unazione non proprio limpida:
Chiss, probabilmente aveva paura che cambiassi idea, che rifiutassi la sua offerta.
Nella voce le tremava una nota falsa, come una riluttanza ad andare oltre. Anna ebbe la
sgradevole sensazione daver scoperto un punto oscuro, una debolezza che le rendeva pi difficile
accettare e comprendere quella giovane donna. Ma la moralit dellaltra non era cosa che la
riguardasse. Di che simpicciava? E andiamo, si rimprover, accettare regali, un regalo da niente, il
pensiero di un amico, non era poi un affare cos disdicevole. Ma sentiva che unombra di gelosia le
stava oscurando lanimo. Ridicolo. Grottesco, si disse con un brivido. Tuttavia ricacci indietro la
tentazione, che laveva sfiorata per un attimo, di liberarsi dallossessione di quella storia e di
completare il racconto di Marta con il suo.
E ora? Che me ne faccio di queste chiavi, sinterrog sovrappensiero la ragazza.
Quando andrai alla polizia le consegnerai a loro. Dimostrano che hai detto la verit.
Dimostrano solo che potevo entrare in casa. Mormor, di nuovo: Che me ne faccio?
Impulsivamente Anna tese la mano.
Dammele.
Il ciondolo doro lanci un guizzo nelloscurit e subito si spense.
Vieni con me.
Il sacchetto della spazzatura era gi annodato in cima e pronto per essere buttato nei bidoni di
metallo sistemati a pianterreno, in un angolo dellatrio (il camion della nettezza urbana passava la
mattina, sul tardi). L dentro Anna infil le chiavi spingendole bene in fondo, senza preoccuparsi della
sporcizia che le restava attaccata alle dita. Poi rifece il nodo, accuratamente, e si sciacqu al rubinetto
dellacquaio.
Marta non aveva pi aperto bocca, per si stringeva le braccia contro il seno in un gesto
protettivo.
Ma perch? azzard infine con uno smarrimento sincero.
Perch?  la soluzione migliore. Lunica, puntualizz Anna.
Allora  deciso...
Sei tu che devi decidere, naturalmente,  tua la responsabilit. Vuoi che riprenda le chiavi?
Marta non rispose e Anna pens che doveva apparirle come una pazza colta da isterie notturne.
Non era stato un gesto molto accorto, il suo. Che cosa le aveva offerto in fin dei conti? Non una
comprensione solidale, ma solo una gratuita e perci equivoca complicit.
Dopo un po, a bassa voce, Marta disse quasi riflettendo fra s: Ma se non avverto qualcuno,
chiss per quanto tempo ancora rimarr su quel letto, nel suo stesso sangue. Non  giusto.
Anna si stava asciugando con uno strofinaccio. Un rigurgito inatteso di nausea la scosse e le sal
in gola col rumore di un singhiozzo. Deglut. Poi disse: Rifletti. Parlare significa esporsi a congetture,
a sospetti dogni genere. A che scopo? Non rendi la vita a lui, solo un cattivo servizio a te stessa.
Marta non replic.
12
Le edicole sul lungotevere e su Corso Vittorio erano chiuse. Anna abbandon la strada
principale inoltrandosi nel fitto intrico di vicoli e viuzze laterali per sbucare infine sul grande slargo di
Piazza Navona, in pieno sole.
La piazza, di solito affollata e soffocata dalla gente, rivelava tutta la sua grazia pigra ed elegante
allungandosi vuota fra cupole e balconi fioriti. Nello spazio fra le fontane perfino i banchetti erano
ancora pochi e radi: ragazzi che vendevano le solite cianfrusaglie  collane, cinture, orecchini  e
qualche svogliato pittore.
Guarda, solo per cinquemila lire, la ferm una ragazza mostrandole un orribile disegno a
matita della fontana dei Fiumi.
Alledicola tre giovani, chiaramente stranieri, esaminavano le cartoline esposte in un banchetto
girevole con lattenzione scrupolosa di chi sta scegliendo un quadro dautore. Sotto il bordo del
marciapiede, una siringa sporca di sangue.
Anna compr tre quotidiani con la cronaca di Roma. Si sistem a un tavolo e ordin un caff 
il terzo, quella mattina  e un bicchiere dacqua. Dette come dabitudine una scorsa ai titoli in prima
pagina e torn a chiedersi se pi avanti, nella cronaca cittadina... Ma no, non era possibile. Anzi era
decisamente improbabile che ci fosse gi qualcosa sulla stampa. Troppo presto, ancora. Doveva tenere
a freno la fantasia e smetterla con le anticipazioni nevrotiche. Ma il timore ebbe il sopravvento e Anna
si costrinse a ripiegare il giornale. Meglio attendere. E a casa, al riparo da sguardi indiscreti, cercare
con calma leventuale notizia. Non era il caso dagitarsi tanto. Probabilmente sarebbero passate
settimane o anche mesi (era accaduto altre volte, in casi analoghi) prima che si scoprisse qualcosa. Nel
frattempo doveva evitare, se possibile, che la lettura dei quotidiani si trasformasse ogni giorno in un
appuntamento carico dincontrollabile angoscia.
Appoggi i giornali su una sedia di fianco alla sua e si sporse in avanti, il gomito sul tavolo e il
mento sostenuto dalla mano destra. Il getto delle fontane spruzzava lasfalto, ricadeva nelle vasche con
un fruscio piacevole, riposante. Ma laria immobile prometteva unaltra giornata di grande caldo.
Era un bene, Anna riflett, che Marta lavesse pregata di ospitarla per qualche giorno ancora. La
spaventava  le aveva confessato mentre finiva di pettinarsi  la prospettiva di consumare in solitudine
unattesa che sannunciava lunga e snervante. Il ritrovamento del corpo, le prime indagini, le
rivelazioni della stampa. Il suo timore era di ritrovarsi, nel momento in cui tutto ci fosse accaduto,
sola nella stanza di una pensione e nessuno, nemmeno unamica a cui telefonare poich tutte si
trovavano fuori citt, irraggiungibili, disperse nelle pi varie localit di villeggiatura. Poteva restare con
lei altri due o tre giorni? Anna aveva acconsentito, lieta che la richiesta partisse dallaltra.
Alla luce del giorno le pareva assurda la volont di sbarazzarsi di una presenza che, durante la
notte, si era immaginata troppo ingombrante e fastidiosa. Perdere ogni contatto con lei, lasciarsela
sfuggire significava liquidare la faccenda con inammissibile disinvoltura. Meglio affrontare insieme gli
sviluppi del caso, ammesso che ci fosse uno sviluppo di qualche tipo.
In ogni caso, Marta poteva restare almeno fino alla sua partenza. Anna infatti era ben decisa a
non cambiare programma: il progetto era di passare una o due settimane al mare, da qualche parte,
prima di rimettersi al lavoro, e cos avrebbe fatto. Ma non subito, ancora un poco poteva aspettare:
aspettare, precis a se stessa, che gli eventi prendessero una piega, una direzione qualsiasi, una forma.
Il cameriere arriv con il vassoio in equilibrio su una sola mano. Anna lev il gomito dal tavolo,
pag e bevve lacqua buttando gi due optalidon che teneva sempre in borsa per ogni evenienza. Il mal
di testa che la tormentava dalla sera prima non accennava a diminuire, andava e veniva come la
tentazione, acuta al pari duna sofferenza, di sfogliare i giornali che aveva posato sulla sedia alla sua
destra. Il caff era quasi freddo e lei lo fin in un sorso: perch mai si obbligava a prendere tempo, a
rinviare? Una tortura inutile. Non qui, per. Non qui di fronte a tutti, si disse. Anche se le sedie accanto
a lei erano libere e la piazza, a parte lo sciacquio delle fontane, silenziosa e assolata.
Anna si alz, raccolse i giornali e savvi verso casa.
Accovacciato sulla gradinata di un palazzo, un barbone frugava in un involto di carta unta, una
di quelle cartocciate di spaghetti che le gattare romane seminano dappertutto, sui marciapiedi, negli
angoli di strada, in mezzo alle pietre e ai ruderi dellantica Roma. Anna affrett il passo.
Proprio come i gatti, pens. Con lestate escono fuori, si moltiplicano.
I barboni, i mendicanti in genere non suscitavano in lei compassione ma soltanto ribrezzo e un
inesplicabile terrore. Un sentimento di cui si vergognava, ma la repugnanza era un velo resistente che
non riusciva a rimuovere dai suoi occhi e che le precludeva qualsiasi piet.
Eppure, potrei finire anchio cos, pens.
Non cos povera, intendeva. Ma randagia e pazza. Per troppa solitudine, per quella propensione
a lasciarsi vivere, ad abbandonarsi al caso  o al destino?  senza opporre resistenza.
Cambi di mano ai giornali, linchiostro si scioglieva col sudore e le tingeva le dita.
Camminava a passi rapidi anche se non aveva pi tanta urgenza di sapere, di controllare. Anzi.
Le scale erano ripide e a farle senza soste veniva laffanno. Si ferm per respirare a fondo,
tentando di placare lagitazione crescente. Poi si chiuse la porta alle spalle con un colpo di gomito e si
lasci cadere sul divano.
Asciug le mani sudate sui blue-jeans strusciando pi e pi volte le palme aperte contro le
cosce: il momento era giunto.
13
Lo vide subito. E in bellevidenza comera, su quattro colonne, difficilmente larticolo poteva
sfuggire, anche a una persona meno interessata di lei.
Misteriosa morte di un architetto. Un titolo prevedibile, banale.
Anna si appoggi allindietro, battendo contro lo spigolo duro della spalliera. Non era stata una
precauzione inutile dunque, per fortuna aveva aspettato di trovarsi sola  e seduta  nel suo
appartamento. Il mal di testa che si era calmato con gli optalidon esplose di nuovo, mentre ogni
capacit logica, la mente stessa le si appannava come uno specchio investito da uno sbuffo di vapore
rovente.
Anche gli altri due giornali riportavano la notizia, ma su una sola colonna, con scarso rilievo.
Torn al primo articolo con lintenzione di leggerlo, ma dovette ricominciare daccapo diverse volte
prima di cogliere il senso delle parole che le scorrevano sotto gli occhi per conto loro e prive di ogni
nesso logico.
Il cronista apriva il pezzo con un attacco a sensazione: il grido straziante della madre quando
aveva trovato il cadavere.
Luomo, un giovane di trentasette anni separato da poco dalla moglie, viveva solo e la madre,
come accade in simili casi, andava ogni tanto a riordinargli la casa. Luned mattina, verso mezzogiorno,
aveva fatto la spesa anche per lui ed era salita col proposito di trattenersi a pranzo: e cos se lera
trovato davanti, ucciso da un colpo di pistola, steso sul letto in disordine, completamente vestito ma a
piedi nudi, senza scarpe n calze.
La porta era chiusa ma non a chiave e la serratura non mostrava segni deffrazione. A un primo
sommario esame sembrava che dallappartamento non fosse stato portato via niente: questo, insieme al
fatto che la serratura non era stata forzata, portava a escludere, almeno per il momento, lipotesi del
ladro sorpreso in flagrante.
La madre aveva raccolto e appoggiato sul comodino la rivoltella (su cui erano state trovate
molte impronte, confuse, come se lavessero maneggiata pi persone) e aveva tentato di voltare il corpo
del figlio nella speranza folle di soccorrerlo, rendendo in questo modo pi difficili le rilevazioni degli
investigatori. Ma se la ricostruzione della donna era esatta (e non cera da giurarci, tenuto conto dello
stato destrema confusione mentale causato dallo choc), il suicidio era da considerarsi improbabile data
la posizione del cadavere e della rivoltella, peraltro di propriet dellucciso.
I pochi inquilini rimasti nello stabile a dispetto del caldo non avevano udito urla o rumori
particolari, solo il grido della donna al momento della macabra scoperta.
Nessuna ipotesi ancora era stata scartata. Poteva trattarsi di un incidente: nel ripulire la
rivoltella luomo, poco pratico, non sera accorto della sicura aperta. Inavvertitamente, aveva premuto
il grilletto. Disgrazie di questo genere sono pi frequenti di quanto simmagini. Ma in tal caso (sempre
se la posizione del corpo era effettivamente quella descritta dalla donna) il proiettile che laveva colpito
alla testa avrebbe dovuto percorrere una curiosa, stravagante traiettoria. Se invece ci si trovava di fronte
a un omicidio, era verosimile che luomo conoscesse il suo assassino e che lui stesso gli avesse aperto
la porta.
La necroscopia, fra le altre cose, avrebbe stabilito con esattezza lora del decesso che la polizia
tendeva a situare fra la domenica notte e le prime ore del mattino di luned. Gli investigatori avevano
gi interrogato alcuni amici dellucciso e lex moglie, raggiunta in una lontana localit di mare (al
sicuro quindi da ogni sospetto).
Anna pieg il giornale, poi rilesse attentamente gli altri due articoli: riportavano soltanto, senza
commenti, la notizia del ritrovamento del cadavere. Nessun altro o diverso particolare.
Marta, la madre, lei stessa: per un uomo che si lamentava della propria solitudine,
lappartamento sembrava piuttosto frequentato. Ma la turbava pi dogni cosa il pensiero daver
rischiato dincontrare quella donna, sua madre.
Guard lorologio al polso: mancavano pochi minuti a mezzogiorno, da un momento allaltro
Marta sarebbe tornata. Anna saccorse di attendere con impazienza il suo ritorno. Il ritrovamento
troppo rapido del corpo cambiava tutto o quasi: per entrambe rendeva senza scampo, definitiva, una
scelta compiuta  almeno da lei, Anna  col solo intento di posticipare, rimandare una confessione che
in fondo le pareva daver sempre giudicato inevitabile. Una prova da affrontare, prima o poi. Ed ora
invece si trovava stretta, schiacciata da quel peccato domissione che le era parso cos lieve, cos
facilmente riparabili.
Calcol che erano passate tre ore, anzi quattro  erano uscite di casa molto presto  da quando
aveva messo Marta sullautobus, diretta alla pensione per recuperare il suo bagaglio.
Lassal un dubbio. E se non fosse pi ritornata? Quella ragazza restava, per lei, una perfetta
sconosciuta. Non sapeva nemmeno il suo cognome. Aveva addirittura coscientemente evitato di
chiederglielo, come se si trattasse di una domanda compromettente, indiscreta. Rise silenziosamente di
s. Non era piacevole rendersi conto daver perso la bussola fino a quel punto. Anche se rintracciarla,
in realt, non era un problema: non sapeva il cognome, sapeva per in quale pensione era alloggiata.
Limmagin alle prese con il conto, con la valigia senza dubbio pesante da trascinare fino alla
fermata dellautobus.
E se invece, abbandonata a se stessa, avesse dimprovviso cambiato idea e si fosse presentata
alla polizia? In tal caso anche lei, Anna, si sarebbe trovata coinvolta, presto o tardi. Dapprima solo
indirettamente per averle consigliato di tacere e per averla, in un certo senso, nascosta. Ma poi era forse
sufficiente il sentore di una sua pi profonda e motivata reticenza.
Ricord che Elisa, la donna che teneva pulito lambulatorio e faceva entrare i pazienti, aveva
visto quelluomo, anche se una volta soltanto e alle otto di sera. Non cera pi nessuno in anticamera,
stava per chiudere quando il campanello aveva suonato due colpi in rapida successione, come un
segnale. Elisa, gi senza grembiule, era andata ad aprire. Dopo aver parlottato a bassa voce con
qualcuno, aveva detto, pi forte: Adesso arriva.
A lei aveva annunciato: C un signore di l. Un amico, dice.
E aveva sottolineato dubbiosa, con indulgente malizia, quel dice.
Anna si pent di non aver spinto Marta a denunciare immediatamente laccaduto: nessuno, in tal
caso, avrebbe avuto lopportunit di indagare su di lei.
Aveva sbagliato tutto.
Dalla sigaretta accesa e dimenticata sullorlo del tavolino, cadde a terra la brace. Col piede
Anna strofin automaticamente la macchia nera che si era formata nel bel mezzo del tappeto.
Mezzogiorno e un quarto. Quattro ore erano tante, troppe per prendere soltanto il bagaglio (non
aveva detto che era gi tutto pronto, tutto in valigia, non le restava altro che il conto da pagare?). Nel
soggiorno il caldo aumentava nonostante le persiane abbassate e la porta-finestra spalancata. Non tirava
un alito di vento. E nel caldo langoscia fermentava, germogliava, si moltiplicava come i cactus sul
terrazzo che crescevano uno dentro laltro, uno sullaltro.
Anna si torse le mani. Non aveva pi dubbi. Marta laveva vista quando si era fermata sulle
scale presentendo un grido, una richiesta daiuto che invece non era mai giunta.
Laveva vista e laveva seguita. Che ci faceva altrimenti a Corso Vittorio se la sua pensione
stava dalle parti di Via Panama, in tuttaltra zona della citt? Quel percorso si spiegava solo in un
modo. Laveva pedinata, inseguita. Questo era evidente. Ma poi non ce laveva fatta a reggere ed era
stata tradita da un improvviso collasso che le aveva impedito di proseguire.
Un malore giunto a proposito, proprio quando lei stava per sparire dentro casa. Una finzione?
Ma a quale scopo? No, non poteva sapere che lei era medico e che, colta da uno scrupolo professionale,
sarebbe tornata indietro a prestarle soccorso. Un colpo di fortuna, per la ragazza. Ed era rimasta con lei
giusto il tempo di procurarsi qualche prova, unimpronta, qualsiasi cosa. O semplicemente per trovare
una conferma ai suoi sospetti. Perch pi che di un sospetto non poteva trattarsi. Ma bastava poco 
anche una denuncia anonima, perch no  per spostare lattenzione della polizia su di Anna. E Marta ne
sarebbe venuta fuori pulita.
Una prova per esisteva. La prova che Marta aveva conosciuto quelluomo e che era stata in
quella casa o, perlomeno, che vi aveva libero accesso: la chiave. Una prova che lei stessa si era
affrettata a eliminare, buttandola nella spazzatura.
In un lampo Anna ramment di non aver udito per tutta la mattina, da quando era rientrata, il
rumore del camion della nettezza urbana, quel rumore inconfondibile di macina che sbuffa e singulta in
una digestione faticosa. Forse il camion non era ancora passato, forse la chiave si poteva ancora
recuperare.
Scese di corsa le scale senza preoccuparsi di chiudere la porta di casa. I cassoni della spazzatura
traboccavano e spandevano attorno un odore dolciastro di cibo in decomposizione.
Anna alz il coperchio sollevando contemporaneamente una nuvola di moscerini insistenti,
appiccicosi. Grazie al cielo il suo sacco stava in cima e, dopo aver rimboccato la manica destra della
camicetta, lo sleg sciogliendo a fatica il nodo di plastica. Il disgusto le chiudeva la gola. Rivolt e
rimest. Non le trovava quelle maledette chiavi, irraggiungibili, ficcate bene in fondo per una sciocca
premura di sbarazzarsene. Infine, scuotendo il sacco, ud un suono metallico e le sue dita si strinsero
attorno al sagittario doro.
Risal le scale pi lentamente poich di nuovo il cuore le batteva per laffanno.
In bagno disinfett con lalcol le chiavi, le mani, le braccia. Controll anche le unghie e le pul
con le forbicine. Poi si guard in giro alla ricerca di un nascondiglio: un posto facile da ricordare e
difficile da scoprire per un estraneo.
Accanto al letto, sulla parete destra, si trovava la libreria a muro: saggi, romanzi, manuali di
anatomia o di storia della medicina, libri dai titoli significativi, Etica sanitaria, Medicina e morale,
Grandezza e tentazioni della medicina. Sembrava una profanazione nascondere le chiavi l dietro. Uno
scrupolo assurdo ma invincibile come un tab. Nellarmadio allora, fra la biancheria? Titubante,
dondolava le chiavi attorno allindice. Alla fine apr un cassetto e le infil dentro una vecchia scatola di
legno dove teneva in bellordine ago, forbici, ditale e rocchetti di filo di vari colori.
Marta ancora non tornava. Ed era luna.
Mise a bollire una pentola dacqua e pes sulla bilancia tre etti di pasta, una dose pi che
abbondante per due persone. Stava diventando davvero superstiziosa con quel bisogno dappoggiarsi a
un rituale di gesti magici e liberatori. Preparare per una persona soltanto le pareva di cattivo augurio.
Mentre aspettava che lacqua bollisse, tir gi dallo scaffale lelenco telefonico per cercare il
numero della pensione. Panama, pensione Panama: si chiamava cos, come la via. Per questo era stato
facile ricordarsene. E se le avessero chiesto: Marta chi? Era ben strano cercare una persona di cui non
si conosceva neppure il cognome. Sarebbe stata costretta a fornire delle spiegazioni. In ogni caso, lei
voleva tentare. E di fronte a Marta una telefonata del genere non la comprometteva affatto, in alcun
modo. Era anzi naturale che sinformasse: non erano rimaste daccordo di ritrovarsi l da lei?
Proprio a quel punto la raggiunse un suono di passi sulle scale, di tacchi sottili. Un suono
familiare, a cui le sembrava dessersi da tempo abituata. Un suono che sidentificava ormai col volto, il
portamento, landatura di Marta. Caviglie nervose. Tacchi alti, affilati. E sorprendenti. Non avevano, le
giovani, definitivamente abolito le calzature di quel tipo per usare solo scarpe da ginnastica? Cos Anna
aveva creduto, fino a quel momento. Ma che ne sapeva lei di mode e di gusti moderni, che ne sapeva
delle stravaganze delle donne pi giovani?
Chiuse lelenco e si alz in piedi. Sorrideva. Butt la pasta ma non riusc a trattenersi e ad
attendere oltre. Si precipit alla porta. Marta era tornata e lei si era sbagliata sul suo conto.
14
La vecchia signora abitava al pianterreno di uno stabile ottocentesco, in una zona residenziale
elegante e tranquilla.
Le porte del soggiorno e della cucina si aprivano su un grande giardino incolto che, nonostante
le erbacce, avrebbe mantenuto ancora un suo fascino se gli inquilini del primo e del secondo piano non
avessero preso labitudine di gettare l sotto ogni sorta di rifiuti. Esattamente nel mezzo del giardino,
una pianta di mimosa fioriva e profumava alla fine di ogni inverno.
Le due finestre della camera da letto, munite di solide inferriate, davano invece su una strada
senza sbocco e poco trafficata, ma ugualmente ogni tanto la messa in moto raschiante di una macchina
o limpennata di una motocicletta trapassavano le pesanti tende di velluto verde. Anna aveva insistito
perch la nonna cambiasse camera, ne aveva tante a sua disposizione. Ma la vecchia signora era ben
decisa a restare proprio l, nella stanza dove innumerevoli anni prima era stata partorita, dove aveva poi
sistemato il suo letto matrimoniale e dove, a sua volta, aveva partorito. Al termine di inutili sebbene
numerosi vagabondaggi, che non avevano pi valore di una parentesi nella sua vita, in quel letto e in
quella stanza sera immancabilmente ritrovata.
Anna parcheggi rasente il muro. Il tetto della Cinquecento sfiorava le grate che sbarravano
laccesso alle camere. Anche lei era cresciuta in quella casa, consumando l dentro le lunghe estati
della sua adolescenza, china sui libri. Rimandata a ottobre in latino, con una regolarit degna di miglior
causa. Anna sospir mentre schiacciava il bottoncino del campanello. Ecco, tutta la sua vita poteva
riassumersi cos: una lunga, vuota estate in attesa di un esame di riparazione.
Marisa, la cameriera (settantanni, di cui quaranta passati al seguito e al servizio della vecchia
signora), laveva sentita e saffrettava ciabattando lungo il corridoio.
Eccomi, eccomi.
Dalla poltrona in fondo al salotto, avvolta in una semioscurit permanente, la nonna pronunci
il suo nome.
Anna?
Sul tavolinetto di fronte alla poltrona aveva allineato le carte per un solitario. Nella penombra
spiccavano i capelli bianchissimi, appena un po radi ma soffici e ben curati, raccolti sotto una reticella.
Niente, oggi non mi viene, e raccolse le carte con un sol gesto stizzoso.
Anna pos la valigetta che conteneva lo stetoscopio e altri strumenti professionali sul ripiano
della credenza di noce, fra un vassoio dargento e un vaso cinese.
Srotol la benda di gomma e con delicatezza aiut la vecchia a slacciarsi il polsino. Alz poi la
manica scoprendo il gonfio livido blu delle vene in rilievo.
Ogni volta che landava a trovare  una volta alla settimana, invariabilmente, da anni  le
misurava la pressione. Si chinava su di lei in un atto abituale, di svagata premura. E ogni volta
ritrovava nel breve contatto col corpo della nonna unantica confidenza infantile, una familiarit
dimenticata e appena un po malinconica. Non si erano mai scambiate molte effusioni, loro due. Pochi
baci, poche carezze, poche manifestazioni fisiche dellaffetto che pure le legava.
Anna poggiava le dita sul braccio appassito, privo di forze. E le sembrava che da quella pelle
macchiata dal passare degli anni emanasse un odore particolare: dimpotenza, di rinchiuso, di cautela.
Lodore della vecchiaia, cos simile a quello dellinfanzia.
Non ho chiuso occhio, stanotte, si lament questa volta la vecchia signora.
Ti lascer una compressa, le disse per tranquillizzarla Anna, arrotolando di nuovo la benda e
richiudendo la valigetta. Pensava a un blando sedativo, non voleva somministrarle sonniferi per timore
che ci si abituasse.
Ma no, che credi. Non ho dormito per colpa di Eusebio.  stato fuori tutta la notte, fino alle
cinque, e mi  toccato aspettare che rientrasse.
Eusebio si stiracchi voluttuosamente. Era un gatto enorme con un pelo morbido dalle
sfumature tenui che andavano dal rosa allarancio pallido. Aveva laspetto di un gigantesco piumino, di
quelli che un tempo le signore usavano per cospargersi le spalle di polvere di riso.
Anna strinse impercettibilmente le labbra. Da tempo sera rassegnata alle fissazioni della nonna.
E in particolare alleterno affanno, allassillo che laveva sempre perseguitata di perdere qualcosa o
qualcuno. Un assillo giustificato dalla morte della giovane figlia in quel banale scontro su una strada di
campagna. Ma lincidente aveva soltanto scavato in maniera pi decisa nel solco di una precedente
follia.
Eppure la follia della nonna  il timore di precipitare nel vuoto di una inconsapevole perdita di
s  non aveva mai suscitato apprensioni. Era, anzi, leggenda familiare. Un marchio deccezione che
rendeva unica e memorabile la sua vita.
In giovent la vecchia signora era stata ossessionata dallidea di una congiura tramata ai suoi
danni da personaggi misteriosi che, per motivi altrettanto misteriosi, volevano sostituirla con una sosia.
Una donna talmente simile a lei che lei stessa avrebbe potuto essere ingannata al punto da non
accorgersi della sostituzione: avrebbe continuato a credere dessere lei, mentre invece laltra gi
occupava il suo posto.
Tutti venivano apertamente coinvolti nellavventura di quellenigmatico complotto. E il marito,
scultore di una qualche notoriet, aveva assecondato con compiaciuta condiscendenza il suo lento
scivolare in un mondo di chiuse fantasie e dimpossibili sospetti.
Subito dopo il matrimonio, lui era stato invitato in Cina. Erano partiti insieme, con lentusiasmo
di due giovani esploratori. Ma quando lui si recava alla corte imperiale per modellare i suoi ritratti, lei
lo supplicava di legare con lo spago le porte che disgraziatamente in quel paese erano a doppia anta e
senza serrature. Al suo ritorno, lobbligava a controllare con la massima diligenza ogni nodo. Solo cos
si rassicurava: era salva, era proprio lei, nessuno laveva cambiata.
Marisa port due tazzine di caff.
Hai bisogno di riposo, disse ad Anna scrutando il suo viso stanco.
S, conferm distrattamente la nonna. Hai bisogno di riposo.
Possibile che si fosse accorta di qualcosa, che avesse captato un segno di tensione, unansia
repressa? No, era da escludere. Nonostante le sue vantate capacit medianiche, la vecchietta non era
molto sensibile agli umori altrui, troppo concentrata su se stessa, avviluppata nelle sue manie come una
mummia nelle sue fasce di lino. Anche la madre di Anna era stata cos. Non proprio egoista  narrava
Marisa  ma sbadata, persa dietro chiss quali fantasticherie. E anche tu, concludeva, sei cos.
A quei racconti Anna simmaginava una lunga catena di donne, ciascuna chiusa nel suo lucente
bozzolo di follia che si snodava appena un po, un lembo che andava ad avvolgere in uno stretto nodo
di sogni la creatura successiva, la nuova donna.
Non preoccuparti per me, parto la settimana prossima, sospir di nuovo Anna. Anche se non
so dove andare. In tono vagamente interrogativo e con scarsa convinzione: Forse, a Tropea, prov a
suggerire a se stessa.
La villetta di Tropea, comprata trentanni addietro appositamente per le vacanze estive, andava
ormai in rovina. Ma la vecchia signora preferiva tenerla chiusa piuttosto che affittarla. Una pratica
degradante. E poi, anche se ormai non si muoveva pi da Roma, anzi dal suo appartamento,
simmaginava di poterne avere bisogno da un momento allaltro per un qualche straordinario,
imprevisto motivo. Ogni quindici giorni una donna del paese fingeva di pulire tutte le stanze da cima a
fondo, in realt si limitava ad aprire le finestre e controllare che la casa non fosse invasa da topi e
formiche. Ma il mare, con le sue trasparenze e le mille sfumature dazzurro, era pur sempre quello di
una volta.
Ci andresti da sola? sinform sospettosa la vecchia.
Anna stava per annuire quando le pass per la mente unidea, un proposito che si fece strada a
poco a poco dentro di lei e la spinse, alla fine, a precisare: Forse con unamica. Ti dispiace?
S, era unidea che valeva la pena di prendere in considerazione: avrebbe chiesto a Marta di
accompagnarla. Proprio di questo avevano bisogno, entrambe: di tempo per conoscersi e capire. Nella
penombra di quella stanza tutto improvvisamente le parve pi lieve. Tutto poteva trovare una
soluzione.
Unamica... Sei sicura, chiese di punto in bianco la vecchia signora, che non ruber le posate
o gli asciugamani?
Ma, nonna, non c niente da rubare. Sai bene che la casa  semivuota. Due stracci vecchi,
ecco a cosa sono ridotti ormai i tuoi famosi asciugamani. E non ci sono nemmeno lenzuola di ricambio,
se  per questo.
Marisa avanz, trascinando la gamba che le doleva a causa della flebite, per ritirare le tazzine.
Si ferm dietro lo schienale, alle spalle della padrona, e si tocc la fronte ammiccando e torcendo la
bocca. Ognuna delle due donne era convinta che laltra fosse rimbambita. Anna sorrise e guard
ostentatamente lorologio.
 tardi.
Resta a cena, propose di getto la nonna.
S, resta a cena, approv con entusiasmo Marisa.
Non posso, ho un appuntamento.
Le due vecchie tacquero, deluse. Anna si alz con una fitta di rimorso, sentendosi colpevole una
volta di pi. Per riparare le baci entrambe e usc seguita da Marisa fin sulla strada, mentre Eusebio si
degnava di socchiudere un occhio in segno di saluto.
15
Arriv sotto casa che era gi buio. Sera fermata a una rosticceria per comprare mezzo pollo
arrosto e quattro etti di patatine fritte, non ne poteva pi di spaghetti e pastasciutte.
Mentre ordinava la cena e aspettava lo scontrino alla cassa aveva ripensato allatteggiamento
della ragazza, quando le aveva mostrato larticolo che annunciava il ritrovamento del corpo.
Contrariamente a ogni sua aspettativa, Marta laveva letto con evidente sollievo, come se ogni
paragrafo, ogni frase la liberasse da una zavorra e la disincagliasse da una secca pericolosa. Ma in
realt era un sollievo comprensibile, il suo: aveva previsto e temuto un silenzio insondabile, un
interminabile periodo dincertezza e di vuoto. Meglio se il pericolo si presentava immediato e tangibile,
questo il suo punto di vista e Anna adesso era propensa a condividerlo.
Sulle scale la invest la voce di uno speaker che scendeva dallultimo piano, dal suo
appartamento. La ragazza aveva acceso il televisore. A mano a mano che saliva la voce le giungeva pi
chiara e netta. Chiss se Marta  le veniva facile adesso chiamarla per nome  chiss se aveva
apparecchiato. Le sigle musicali e la voce ben regolata dello speaker si mescolavano allodore del
pollo. Un bizzarro impasto che le comunicava un senso profondo di intimit, di vita in comune, di
quieta animazione. Anche a lei faceva piacere trovare qualcuno in casa che laspettava.
La scoperta la intimid.
16
Mi vedranno dalle altre case?
Marta indossava solo un paio di mutandine di cotone nero, da poco prezzo. In piedi su un
asciugamano di spugna a righe bianche e azzurre steso a terra nel mezzo del terrazzo, si spalmava sul
viso una crema idratante. Si massaggiava con grande cura seguendo con le dita il contorno degli occhi,
delle labbra, delle guance.
Dalla soglia, Anna osservava incuriosita la sapiente regia dei gesti, accompagnava con lo
sguardo la carezza lenta delle dita, si scopriva ad ammirare labbronzatura leggera ma uniforme, i seni
dorati come il resto del corpo. Uno splendido colore di pelle, dalla tonalit che si accordava in maniera
sorprendente con le sfumature pi chiare dei capelli.
Che dici, mi vedranno?
Ma si capiva benissimo che non gliene importava gran che. Davanti, del resto, non cera che la
processione dei santi in bilico sul prospetto della chiesa.
Anna era ancora in pigiama. I pantaloni  lelastico in vita si era allentato  le scivolavano
adagio sui fianchi. Li tir su sbadigliando. Da dove le veniva tanta rilassatezza? Non aveva fatto brutti
sogni (o almeno non li ricordava) e si sentiva fresca e riposata, per la prima volta lontana dallorrore di
quella notte che le aveva sconvolto la vita. E in cucina, appena alzata, aveva trovato il fuoco acceso
sotto la caffettiera: una piacevole sorpresa. Ma, a pensarci bene, non trovava davvero motivi di
tranquillit. Controvoglia, annunci: Scendo a prendere i giornali.
La reazione di Marta la sorprese. Si era voltata di scatto con un breve grido.
No, aspetta.
Anna, meravigliata, si ferm stringendosi di nuovo i pantaloni in vita. Ma la ragazza lasci la
frase in sospeso e abbass lo sguardo per smorzare lo slancio con cui aveva parlato. Si pass le mani
sui fianchi, si aggiust le mutandine mentre si sdraiava sullasciugamano, londa dei capelli che si
allargava sulle mattonelle di cotto.
Si rialz un poco, appoggiandosi al gomito.
Non ora. Un po di requie, per piacere, spieg a quel punto con voce lenta e studiata.
Non aveva tutti i torti. Una parentesi ci voleva, una sosta. E le sue parole suonarono alle
orecchie di Anna quasi come unautorizzazione. Abbass la persiana quel tanto da schermare la stanza
e si abbandon alla pigrizia con soddisfazione, con un senso di rivincita sul mondo.
La ragazza aveva disfatto la valigia di cuoio che conteneva tutti i suoi averi e aveva sistemato in
bagno, sulle mensole di fianco allo specchio, una serie di vasetti, matite, pennelli, scatolette di plastica
lucida. Le uniche cose disposte con un minimo di razionalit, al loro posto, quanto al resto...
Per tutta la casa, sulle sedie, sul tavolo si trovavano sparsi vestiti, pantaloni, magliette, perfino
sul termosifone stavano confusamente ammucchiate numerose paia di mutande. E per terra, poggiata
contro il muro, una pila di libri in equilibrio precario. Piegandosi sulle ginocchia, Anna lesse qualche
titolo: un trattato di storia romana, una grammatica latina, una storia della letteratura romanza.
Di fronte a tutto quel caos Anna si meravigli della propria calma: niente era in grado di
intaccare la sensazione di benessere con cui si era svegliata. Lev dal divano-letto gi rifatto (almeno in
questo Marta aveva usato discrezione) una bracciata di maglie e camiciole e si distese a fumare una
sigaretta. Il portacenere aveva il bordo sbreccato e lei si ripromise di buttarlo via e di comprarne uno
pi bello e soprattutto pi capace.
Una vera e propria invasione, si ripet passando in rassegna la stanza messa a soqquadro,
lanimo oscurato da unombra di apprensione. Non si trattava tanto del disordine, quanto di un
problema di territorio da difendere: questo era il punto. Affior dentro di lei limmagine di una
leonessa che misurava con sprezzante e snodata andatura il suo lembo di foresta. Sorrise. E si accorse
di non essere veramente sulla difensiva e nemmeno irritata, nonostante lindubbia invasione del suo
spazio personale. Ma certo le circostanze la rendevano pi malleabile: da nessun altro essere al mondo
avrebbe tollerato tutta quella disinvoltura nelloccupare ogni angolo disponibile.
Gett unocchiata indulgente alle poltrone, alle sedie traboccanti di vestiti. Lei stava molto
attenta, di solito, a non lasciare niente fuori posto. Ma per la verit era unabitudine di recente
acquisizione a cui la costringeva la piccolezza della casa. Il disordine non le dava un vero fastidio.
Quando sera convinta che non era pi il caso di dormire assieme a Roberto, suo marito, e aveva
traslocato nella stanza accanto... in quel periodo per esempio non sera rifatta il letto per mesi. Le
cadeva addosso alla fine della giornata una tale apatia, una tale stanchezza che si buttava su un divano,
avvolta in una coperta, e sprofondava allistante in un sonno malato da cui era difficile e doloroso
riemergere.
Ma quella era unaltra storia. La storia di una confusione interna pi che di un disordine esterno.
Scivol sul divano fino a toccare con la testa il bracciolo. Una lama di sole saffilava sui suoi
piedi: il calore entrava sotto la pelle, avanzava su per le gambe con un gradevole formicolio. Era ancora
prima mattina. Ma fuori laria gi vibrava sotto le vampate di caldo che dissolvevano il disegno
regolare delle mattonelle rosso sangue e lo trasformavano in una macchia confusa di colore. Il silenzio
della casa e della via era il silenzio della piena estate. Scomparsi i rumori familiari di tutti i giorni: le
voci dei passanti, il rombo delle auto, degli autobus, i clacson. Tutto bruciato, perduto in un passato
remoto. Solo dal bar allangolo della strada saliva fin lass il canto metallico dei videogame.
Nel riquadro chiaro disegnato dalle linee confluenti della soglia e della persiana chiusa a met,
si stagliava il corpo disteso della ragazza. Le cosce lunghe e piene, la curva del ventre, i seni piccoli
con i capezzoli larghi e scuri. Anna segu lo snodarsi flessuoso del polso, labbandonarsi della mano
sulla spugna e si ferm sul pacchetto di sigarette poggiato l accanto, la bottiglietta dolio solare, il
pettine. Poi gli occhi le tornarono sul corpo della ragazza, catturati da quelle linee nette, arroganti. Le
mutandine troppo piccole coprivano a malapena met del pube, lasciando scoperta una massa setosa di
peli chiari. Laria si liquefaceva e ondeggiava sulle gambe nude, sul ventre teso, sulla gola rovesciata
della ragazza, come se dal suo corpo si sprigionasse una gran fiamma.
Anna distolse il viso col sussulto involontario di chi si sveglia di soprassalto.
Vieni al sole, la invit Marta sollevandosi pigramente sui gomiti e inarcando il busto. Di,
un piccolo sforzo, si sta peggio in casa.
Strapparsi dal divano era faticoso ma necessario. Doveva vincere quel torpore che le impediva
di muoversi e che si stava trasformando in languore estenuante. Doveva risalire dal piacere profondo di
quellabbandono. Risalire. Ma lentamente, mollemente.
S, era necessario, si disse Anna.
Ma perch, si stup poi con se stessa mentre, obbediente, si alzava e sgusciava fuori da sotto la
persiana semiabbassata. Uninsolita soggezione le fece volgere altrove gli occhi quando si tolse il
pigiama e lo stese per terra, la giacca ben allargata e i pantaloni arrotolati da mettere sotto la testa.
Nuda, eppure sudava. La sensazione di benessere era scomparsa, sostituita da un disagio che
avanzava, cresceva di minuto in minuto, simpossessava di lei, le avvelenava il sangue diramandosi in
tutto il corpo e ramificandosi a velocit vertiginosa.
Sera messa a una certa distanza, ma la ragazza le si accost spostando lasciugamano e
voltandosi di nuovo sulla schiena con un sospiro appagato. Quando incroci le braccia dietro la nuca,
vide che il sudore le scuriva una tenera, impalpabile peluria sotto le ascelle. Sera avvicinata tanto che
Anna sentiva il suo alito sulla pelle del braccio e il solletichio di una ciocca di capelli. Appena la punta
di una ciocca. Una manovra  tale le parve  che aveva su di lei un effetto paralizzante: non osava
scostarsi e nemmeno dirle di farsi pi in l ch le toglieva laria e le impediva il respiro. Il disco del
sole era nascosto da qualche parte, forse dietro il muro ricoperto dai rampicanti. Invisibile, ma bruciava
ugualmente. Il mondo le appariva irreale come quel sole nascosto e che pure pesava sui loro corpi nudi.
Non si sta bene? chiese Marta. Si era leggermente allontanata e Anna respir a fondo mentre
la tensione sallentava, fluiva via insieme al sudore.
Balz in piedi.
Sei matta. Qui ci prendiamo uninsolazione. Io vado a bagnarmi.
Si cacci sotto la doccia. Lacqua fredda le strapp un grido di doloroso piacere. Torn al sole
con lacqua che le ruscellava dal corpo sul pavimento, sulle mattonelle infuocate.
Attenta, esclam Marta, ma Anna stava gi scuotendo i capelli bagnati ruotando il capo nella
sua direzione. Mi hai inondato.
Sorridendo, la ragazza simul un brivido e per ripicca si asciug, mettendosi a sedere, con il
pigiama di Anna. Si asciugava e nello stesso tempo si ispezionava accuratamente la pelle controllando
ogni macchiolina, ogni neo.
Hai visto quanti? Li contava sfiorandoli con le dita. E questo... non mi andr via mai pi.
Si tocc con la punta dellindice una piccola macchia bianca sotto il seno sinistro. Una
cicatrice? Ma non ne aveva le caratteristiche: perfettamente liscia, rotonda come una monetina.
Perplessa, Anna aggrottava la fronte: tutta quella luce le impediva di mettere a fuoco il
piccolissimo punto bianco che si perdeva tra le sfumature della pelle, sotto la curva seducente e tesa del
seno.
Una bruciatura. Strana, vero? Fumavo uno spinello... Rise notando lespressione allarmata di
Anna. Sta tranquilla. Ogni tanto mi capita, ma solo ogni tanto non per abitudine. Fumavo nuda sul
letto e mi  caduto il mozzicone acceso proprio qui. Fortuna che mi  rimasta soltanto questa macchia
pi chiara. Lunghiata del diavolo.
Con una mossa rapida, a sorpresa, le cattur la mano e se la port sul seno fino a costringerla a
toccare linvisibile bruciatura. Anna si era irrigidita e opponeva resistenza tentando di sottrarsi. Ma le
dita di Marta stringevano forte, la forzavano a restare l, a sfiorare la cicatrice, la pelle caldissima e
palpitante, il capezzolo duro. Anna si arrese. E allora laltra la lasci di colpo.
La mano batt a terra e un dolore acuto le si ripercosse lungo il braccio. Anna trattenne a stento
un grido e subito dopo sorrise rammentando che la ragazza, a prima vista, le era sembrata timida. Ora
capiva che era soltanto spaventata.
Unoscura associazione di idee: Anna risent leco dei tacchi alti che saliva fino a lei, con ritmo
preciso e tagliente, dalla tromba delle scale. Ecco, quella macchia le suggeriva... Avrebbe potuto essere
limpronta di un tacco sottile, affilato come il coltello del pane o come un bisturi. Il marchio di un
gioco sadico. Eccitante.
17
Su un foglietto strappato da un bloc-notes, Anna segnava le cose da comprare. Dunque,
mancava la carta igienica, il sapone liquido per i piatti, uova, frutta, pane. Quanto pane? A questo punto
si ferm e appoggi la matita di traverso sul foglio.
Gi, quanto pane? La nota della spesa comportava unorganizzazione del tempo, significava
avere in testa un programma, un punto fermo, un obiettivo. Una faccenda trascurabile che
inevitabilmente riconduceva a unordinata scansione del tempo, a una griglia squadrata di giorni, alla
forza banale delle necessit quotidiane prevalenti, alla fine, su tutto. Eppure sono i gesti della
sopravvivenza ad annodarsi inestricabilmente, ad aggrovigliarsi nellanimo creando panico e disordine.
Anna ricordava fin troppo bene gli ultimi tempi del suo matrimonio, quando usciva per fare la
spesa e tornava a casa senza aver comprato niente poich sera scoperta incapace di scegliere. In
ambulatorio, sul lavoro, manteneva inalterata la sua lucidit, il suo distacco professionale. Ma non era
pi in grado di compiere le piccole, insignificanti scelte che simpongono davanti alle bancarelle del
mercato, ai banconi dei negozi. La straordinaria variet di salumi e formaggi, i diversi tipi di pasta, le
innumerevoli marche dei vini: le girava la testa. Non avrebbe mai creduto che ci si potesse smarrire di
fronte alle infinite possibilit di mortadelle e prosciutti.
Ma il problema, adesso, era la partenza. Una semplice data da troppo tempo sospesa e che non
poteva pi rinviare. Una decisione che di fronte a quel foglietto di carta quadrettata acquistava un
carattere di irrevocabilit. Luned, calcol, poteva andar bene. E quindi era opportuno programmare
una spesa per quattro, cinque giorni.
Ma davvero aveva intenzione di partire? Anna picchiett con la matita sul foglio di carta e
inizi a tracciare disegni geometrici nello spazio rimasto bianco. Qual era lostacolo, che cosa le
impediva di andarsene?
Sicuramente laggi a Tropea non avrebbe trovato i giornali con la cronaca di Roma. Tagliata
fuori completamente dalla possibilit di controllare, almeno, luscita di eventuali, ulteriori notizie. Ce
lavrebbe fatta a resistere? Consider il suo comportamento: era a Roma, adesso, non a Tropea. E
ancora non era scesa a comprare i giornali. Eppure, dopo la sorpresa del giorno prima, un qualche
motivo di preoccupazione esisteva. Eccome, se esisteva.
Ma nessuna delle due, pens sbirciando Marta avvolta in una vestaglietta cinese, era scesa a
procurarsi un giornale. E non avevano nemmeno pi discusso dellaccaduto. Si muovevano per casa,
mangiavano, prendevano il sole come se niente fosse successo. Non era normale. Eppure finch tutto
restava cos, fermo, sospeso anche fra di loro, erano salve: il silenzio risolveva molte situazioni difficili
ed era un potente analgesico. Il silenzio e non la parola, checch ne pensasse Michela con la sua mania
dellanalisi. Spiegare o anche semplicemente raccontare si rivelava a volte unoperazione pi rischiosa
che liberatoria. In realt Anna tutto desiderava fuorch la chiarezza, cos insopportabilmente carica di
giudizi definitivi, incancellabili.
Certo a Tropea era impossibile seguire la cronaca di Roma. Ma per quanto tempo ancora i
giornali si sarebbero occupati di quella storia? Non suscitava tanto clamore da meritare a lungo gli
onori della cronaca.  vero che in agosto, in mancanza di meglio, i giornalisti si buttano su qualsiasi
inezia, la gonfiano, la trasformano in una notizia sensazionale. Ma questo caso poteva essere forzato
solo fino a un certo punto: era tutto cos labile, piste che non portavano a niente. E grazie al cielo era un
agosto fin troppo pieno di avvenimenti, rivolte nelle carceri, complotti veri o presunti contro il
presidente della repubblica e calamit dogni genere.
Rilesse la lista della spesa. Sigarette, aggiunse.
Forse gi da quello stesso giorno non avrebbe trovato pi niente, nessun articolo in cronaca. Ma
il silenzio stampa era difficile da interpretare: si trattava di un buono o di un cattivo segno? Significava
che tutto era finito o che invece la polizia lavorava senza lasciar trapelare nulla?
Sei preoccupata... che hai?
Anna trasal e si rese conto che tutto quel travaglio interiore doveva trasparirle sul viso,
risvegliando lattenzione e linteresse di Marta.
Niente, mi chiedevo...
Non fin la frase. Inutile e sbagliato allarmarla. La paura  una malattia contagiosa e a lei
conveniva tenerla lontana con ogni mezzo. La matassa andava sbrogliata con calma.
Ripens allidea che le era balenata, allettante nella sua stravaganza, il giorno prima: invitare
Marta a Tropea, portarla via con s. Avrebbe accettato? Anna non glielo aveva ancora chiesto poich
non era certa che fosse proprio la cosa pi saggia da fare e soprattutto non era certa dei suoi stessi
desideri. Ma cera tempo anche per questo. Daltronde mancavano cinque giorni a luned: se non
succedeva niente di nuovo fino ad allora difficilmente sarebbe successo in seguito. S, luned poteva
considerarlo un compromesso accettabile con se stessa.
Scost la sedia, pass in camera da letto e apr larmadio per prendere un paio di jeans e una
camicia. Poi raccolse dal tavolo la lista della spesa, la pieg e la fece scivolare nel taschino della
camicetta.
Dove corri.
La voce di Marta la blocc proprio sulla soglia, mentre stava gi uscendo. Il sole, not, aveva
messo un tono pi acceso sulla sua pelle e anche le labbra sembravano pi turgide.
Anna ebbe una breve esitazione e la ragazza ne approfitt per aggiungere precipitosamente:
Vengo con te.
Con una mossa aggraziata della spalla si sfil, veloce, la vestaglietta di seta cinese.
Il busto emerse nudo, splendente.
Anna arross, di botto sent la faccia in fiamme. Senza dubbio si sbagliava, ma credette
dintercettare una sfumatura di civetteria nellagile gesto del corpo, nel molle piegarsi del capo con
londa chiara dei capelli che correva gi, sugli occhi socchiusi per la troppa luce.
Vado solo al supermercato, replic alzando una mano a bloccare ogni insistenza e prevenire
altre richieste. Aspettami qui. Lo preferisco.
Non la voleva con s. Gi era difficile arginare la curiosit dei vicini, sospettosi e ostili per
principio a ogni viso estraneo. Uscire insieme, anche se non sapeva spiegarsi bene il perch, le
sembrava un azzardo. Era restia a mostrarsi con lei pi dello stretto necessario.
18
Il giornale le scivol dalle mani e le cadde in grembo. Sovrappensiero Anna lo raccolse e lo
appoggi sul sedile posteriore della cinquecento.
Era poco pi di una notizia in fondo alla pagina. Ma che notizia. Il giornalista scriveva che la
vittima molto probabilmente aveva trascorso la sua ultima notte con una donna.
I risultati della necroscopia, ragion Anna. Di sicuro le analisi avevano rivelato che luomo,
poco prima di morire, aveva avuto un rapporto sessuale. Con una donna, era logico (pi o meno)
supporre. La moglie del giovane architetto, interrogata nuovamente dalla polizia, aveva dichiarato di
non sapere niente delle amicizie femminili del marito, non laveva abbandonato per gelosia di unaltra
donna. E insomma la vita sentimentale e sessuale di quelluomo non la riguardava pi, non era affar
suo.
Chi era dunque la misteriosa visitatrice?
Le indagini erano forse a una svolta anche se il giornalista lasciava trapelare fra le righe che la
nuova pista, per il momento, non portava ad alcunch di concreto. La donna se ne era andata prima del
fattaccio o era immischiata nella vicenda? Era lei lassassina, se di assassinio si trattava? E quale
poteva essere il movente? Lapparente inesistenza di un movente era il nodo, il punto pi oscuro di
tutta quanta la storia. Un litigio fra amanti? Niente lo provava. Larticolo, piuttosto conciso, si chiudeva
con questi interrogativi.
Strano per che fosse stato dato cos scarso rilievo alla notizia. Anna lo interpret come un
segnale positivo: poteva significare che le indagini erano ferme, a un punto morto, e non era buona
politica gonfiare un caso che sarebbe rimasto con ogni probabilit irrisolto. Scese dalla macchina e si
avvi verso il supermercato.
19
Il carrello cigolava in modo fastidioso ma lei non torn indietro a cambiarlo. Lev dal taschino
della camicetta il foglio con la lista delle cose da comprare, lo consult e tir gi dallo scaffale sulla
sinistra un barattolo di salsa di pomodoro.
Lo scaffale correva per metri e metri specularmente allaltro sulla destra per voltare infine, con
geometrica precisione, ad angolo retto. La luce al neon illuminava senza sbavature, con gelida
nitidezza, file interminabili di etichette colorate, scatole di cartone di diversa grandezza sistemate a
incastro, buste lucide che contenevano fettine trasparenti di salumi e formaggi tutti uguali, talmente
schiacciati sotto la plastica da essere irriconoscibili. Sempre le stesse cose, nello stesso ordine. E mai
nellaria il profumo di frutta e verdure fresche che rende vivo anche il pi misero dei mercatini rionali.
Ma naturalmente questo era il progresso: risparmio di tempo e di energie, di odori e di forme.
Unaltra cliente frugava nel surgelatore, spostando pesci stecchiti e scatole bianche di brina.
Anna spinse di lato il carrello che ostruiva il passaggio e la sorpass.
Laria condizionata laiutava a rimettere in ordine i pensieri spezzati, sparpagliati qua e l alla
maniera di un puzzle ancora da comporre.
La piega presa dalle indagini non la preoccupava molto. Cera una possibilit su quante? Su
cento che risalissero fino a Marta e da Marta a lei. E una su mille che riuscissero a risalire a lei
direttamente. Ma una delusione dura e fredda come gli angoli di un cubetto di ghiaccio le scendeva
pian piano dalla gola alla bocca dello stomaco. Anna inghiott a vuoto. Non si era buttata sui giornali
soltanto per seguire il percorso delle indagini, per sapere di quanto sandava avvicinando lora della
resa dei conti. Ben altro lei aveva sperato di scoprire, o almeno di indovinare, dalle note dei cronisti.
Il fatto  che lei non lo conosceva quasi, quelluomo. Non le sarebbe importato, anzi era
esattamente ci che voleva se tutto fosse andato come previsto. Una sola notte, un fuggevole contatto.
Ma cos... La legava a lui un vincolo pi forte dellamore, una incancellabile, macabra intimit del
corpo e dellanimo. Un legame eterno che aveva il sapore di una vendetta.
E lei non lo conosceva, non sapeva niente di lui. Niente che davvero contasse: quali sentimenti
avevano guidato le sue azioni, su quali strade serano consumati i suoi pensieri? E londa del suo
desiderio su quale spiaggia sera andata a perdere?
Avrebbe dato qualsiasi cosa, Anna, pur di poter ricostruire il suo volto, la sua immagine
quotidiana: limmagine che conservavano di lui la madre e la moglie, ma anche gli amici e perfino i
vicini di casa. Qualsiasi cosa pur di decifrare il senso o linsensatezza della sua vita. Si era aspettata di
trovare sui giornali notizie che le aprissero uno spiraglio di comprensione. Aveva sperato di poter
intuire le vittorie e le sconfitte di una vita che si era intrecciata cos inestricabilmente alla sua.
Dimbattersi almeno in qualche fuggevole impronta di verit. Invece niente. Liquidato in poche righe.
Anche da morto le sfuggiva.
Usc dal supermercato e si rimise al volante distratta, in un vuoto di pensieri da cui ogni tanto
emergeva solo per tornare a sprofondare in unatona e vacua esplorazione di s. E senza sapere come,
si ritrov di fronte alla casa da cui era fuggita quel luned mattina. Un secolo fa. Fren di colpo.
Il palazzo era antico ma ben tenuto, la facciata rifatta di recente e ombreggiata da un unico pino
sbilenco con i rami che crescevano in direzione della strada, attratti dallaria libera come da una
calamita. Per entrare bisognava scavalcare il gradino di legno formato dalla cornice del portone dentro
cui era ritagliata una porta pi piccola, aperta. Sindovinavano nel buio dellandrone alcuni scalini, il
corrimano, le cassette per la posta che catturavano uno spolverio di luce.
Lassassino sul luogo del delitto, le venne fatto di pensare. Senza motivo, perch non si trattava
di un delitto  chi poteva saperlo meglio di lei?  e lei non era unassassina.
Eppure si comportava come se fosse colpevole di qualcosa. Forse della sua imprudenza o
dellambiguit dei suoi stessi desideri. Colpevole. Lo insinuava il battito affrettato del cuore, lo
confermava il pulsare sordo delle vene. Ed essere consapevole dellassurdit di un simile sentimento
non modificava niente. Non aveva alcun valore il sapersi innocente  innocente nelle pi riposte e
segrete profondit del suo essere  se continuava ad agire in una pazza maniera illogica, seguendo
impulsi momentanei e contraddittori, quasi invocando una punizione.
Quelluomo aveva innescato dentro di lei un ordigno che sarebbe esploso, prima o poi.
Anna tir il freno a mano e scese dalla macchina.
Alzando la testa intravide, attraverso le tende socchiuse, linterno di una cucina al primo piano.
Poco pi avanti, sulla via con il lastrico a sampietrini, priva di marciapiede, sallineavano le insegne di
un fruttivendolo, un tabaccaio, un fornaio con la serranda semiabbassata: i negozi dove lui sicuramente
si fermava, prima di rincasare, a comprarsi un panino, una lattina di birra, un pacchetto di sigarette.
Questo, pens, era lo scenario della sua vita dogni giorno, qui si svolgeva il gioco delle minute
strategie quotidiane.
Nel negozio del fornaio alcune donne discutevano animatamente e brandelli di conversazione
giungevano, come folate di vento, fino a lei. Anna mosse un passo verso quelle voci arrestandosi
davanti alla saracinesca per ascoltare meglio. Ma le voci si erano ridotte a un mormorio indistinto.
Allora, abbassandosi, Anna si avventur dentro.
* * *
Non sera sbagliata, parlavano di lui. E presumibilmente non si parlava daltro nella strada, nei
negozi, nei condomini. Largomento del giorno.
Luomo al banco si stava togliendo il grembiule che teneva arrotolato in vita. Si lisci il lungo
riporto, rigido di brillantina o di lacca, che gli si era drizzato simile alla penna ornamentale di un
indiano dietro la testa calva. Le si rivolse sgarbatamente:  chiuso.
Solo quattro rosette per piacere.
Le parve che avesse un che di sordido nella figura: a causa del cranio unto, del grembiule
sporco o delle braccia che gli uscivano, flaccide, dalla camicia a mezze maniche?
Anna si volt verso le donne, decisa a mendicare la loro attenzione. Si schiar la gola. Ma
proprio quando le sembrava dessere sul punto darticolare qualcosa, una qualsiasi cosa, le donne
interruppero i loro commenti e protestarono. Dovevano spezzarsi la schiena per uscire da sotto la
serranda? Era quello il modo di trattare la gente? Luomo sbuff borbottando qualche sillaba
inintellegibile ma poi, alzando una tavola divisoria di legno, sgusci da dietro il banco. Destreggiandosi
fra pile di casse e scatoloni, raggiunse la saracinesca, lalz e torn ad abbassarla dietro le clienti.
Erano soli. Anna ebbe la percezione istantanea del pericolo. Vibrava nellaria una minaccia da
cui non sapeva come ripararsi, a cui non sarebbe riuscita a sfuggire, gi lo sapeva. A disagio, si inumid
con la saliva le labbra secche. Luomo ripercorse il cammino inverso avvicinandosi al contenitore del
pane. I suoi occhi la scrutavano ostili, i suoi gesti, il suo atteggiamento, il suo stesso passo grave,
pesante, tutto in lui esprimeva contrariet e rifiuto.
Ma non era quelluomo il pericolo da cui Anna doveva guardarsi. La minaccia non veniva da l.
E certamente il fornaio la stava scambiando per una delle tante che arrivavano con la voglia di
particolari morbosi. Per questo la teneva a distanza, sbarrandole laccesso a qualsiasi confidenza.
Mentre le incartava le rosette Anna disse, involontariamente e come se stesse proseguendo una
conversazione avviata da tempo: Lei lo conosceva, vero?
Non cera bisogno daggiungere altro. Entrambi sapevano a chi si riferiva. Luomo rallent
loperazione e le lanci una fredda occhiata indagatrice. Si strinse nelle spalle, annoiato.
Lo vedevo solo entrare e uscire. Lho detto anche alla polizia. Non era un buon cliente,
comprava poco, almeno qui da me. Qualche rosetta...
Guard in maniera significativa il sacchetto col pane che ancora teneva fra le mani e glielo
porse.
Nientaltro?
Nientaltro, grazie.
E usc in fretta, quasi scappando.
20
Al telefono, Marta sembrava impegnata in una lunga conversazione. Quando Anna apr la porta
volse appena lo sguardo, accenn un saluto con un breve movimento del capo e subito si gir verso il
muro, nel tentativo di concentrarsi e di proteggere uno spazio tutto suo di comunicazione.
Anna pass in cucina e inizi a riempire in maniera sistematica il frigorifero. Si ferm un attimo
e poi si costrinse a riprendere il lavoro: svuotare i sacchi di plastica, riporre la merce non deperibile
sopra le mensole di diversa lunghezza che occupavano ogni tratto libero di parete. Ma tacere le costava
ansia e fatica. La stringeva, dentro, unurgenza, una necessit pressante di saggiare le reazioni
dellaltra, di metterla alla prova.
Tutto era chiaro, ormai. Tutto era stato scritto, analizzato. Lesistenza di un amante.
Lappuntamento notturno. Come si sarebbe comportata Marta di fronte a questultima notizia? Anna
smaniava di sorprendere la sua prima parola, il suo primo commento.
Ma la ragazza continuava a chiacchierare al telefono.
La discrezione era per Anna quasi una norma di vita, un atteggiamento connaturato in lei. Ma la
porta spalancata e la distanza minima non permettevano lisolamento: suo malgrado, Anna non poteva
fare a meno di ascoltare ci che laltra andava dicendo, anche se il senso complessivo della
conversazione le sfuggiva. Dapprima non fece caso al tono, poi fu colpita da una risata sommessa e
carezzevole: a chi era destinata quella voce provocante dal timbro smorzato? Saffacci in soggiorno.
Le labbra di Marta erano atteggiate al sorriso e il corpo rilassato sabbandonava sul divano.
Annuiva e sorrideva come se avesse davanti luomo (perch si trattava senzaltro di un uomo, su questo
non poteva esserci il bench minimo dubbio, il suo atteggiamento era inequivocabile). Anna la detest:
che bisogno cera di prodigarsi in tutte quelle stupide moine? Poi si vergogn della sua invadenza che
dentro di s defin petulante e infantile. Per nascondere limbarazzo, senza altri fini, raccolse i giornali
che scivolando fuori dalla busta di plastica erano caduti a terra e li appoggi sul lato del divano opposto
a quello occupato da Marta.
La ragazza scambi il suo gesto per un segnale e si affrett a troncare la conversazione. La sua
impassibilit era solo apparente, dunque. Anche lei era tesa, sempre allerta, pronta a cogliere e
interpretare ogni minima mossa, perfino ogni intenzione dellaltra.
Marta guard i giornali ripiegati sul divano senza toccarli, quasi con ripugnanza, poi torn a
fissare Anna.
Novit?
Anna chiese, a sua volta: Chi era al telefono?
Lattimo di vergogna che laveva resa magnanima e generosa era passato: voleva sapere chi
stava allaltro capo del suo telefono. Era convinta di avere il diritto di saperlo.
Un ragazzo. Uno con cui mi vedo, ogni tanto. Mi ha cercato alla pensione e io lho richiamato
per dargli il tuo numero.
E come mai hai cambiato idea? indag lei. Dicevi che era meglio non farlo circolare troppo,
il mio numero. E ora cos senza un motivo cambi parere?
Mi avrebbe cercato di nuovo. E non mi va che si metta a fare troppe domande in giro.
Anna non si accontent di quella risposta. Forse aveva torto a insistere, ma era una partita a due,
la loro, che non ammetteva intrusioni e non tollerava ingerenze. Soprattutto di carattere sentimentale.
Che gli hai detto?
Niente, che sono ospite da unamica. Che altro? Poi strinse le labbra, infastidita. Ma che ti
prende? Perch sei cos acida?
Anna avrebbe voluto replicare e spingersi oltre. Ma oltre dove, in quale direzione?
Dappertutto scorgeva segnali di pericolo.
Aveva finito di sistemare la spesa. Diligentemente Anna pieg i sacchetti vuoti, li ripose in un
cassetto e cominci a preparare il pranzo.
Dentro la busta sigillata le fette di prosciutto sembravano incollate: difficile, addirittura
impossibile staccarle luna dallaltra senza sbriciolarle. Le dispose cos come stavano su un vassoio
rotondo, troppo largo per quel blocco compatto di affettato. Uno per uno, pos i fichi dentro una ciotola
di terracotta colorata, stando ben attenta a mettere i meno maturi sotto, gli altri sopra.
Il silenzio di Marta la indusse ad alzare gli occhi: aveva trovato larticolo e lo stava leggendo, in
piedi, il gomito poggiato su una mensola bassa. Con due dita si lisciava nervosamente i capelli, li
scompigliava, tornava a lisciarli. Il volto le si era rabbuiato.
Ma io non ero con lui quella notte. Qui dicono...
Lo so quello che dicono, la interruppe Anna.
Ma non  vero, ti giuro che non  vero.
Non giurare, per carit.
Aveva alzato la voce, di colpo incapace di contenersi. Annasp alla ricerca di un equilibrio. E
ancora una volta la disciplina appresa ed esercitata in anni di professione ebbe il sopravvento. Una
disciplina interna che stringeva lanima in un cilicio di ferro. Ma anche una risorsa inaspettata, che ogni
volta la meravigliava per quel suo automatico inserirsi nei gesti, nelle parole, negli stessi pensieri.
Va bene, afferm pacatamente. Quella notte non eri con lui, non hai bisogno di giurarlo.
Era morto, quando lho trovato.
Lo so. Sinterruppe, spaventata, e subito si corresse: Me lhai gi detto. E soltanto a me, per
fortuna. Abbiamo fatto bene a tacere, continu sconsideratamente, accorgendosi nel momento stesso
in cui lo diceva dessersi sbilanciata troppo.
No, obiett allistante Marta. Perch vuoi semplificare le cose? Se cera unaltra donna...
E tu perch lo dai per certo? Qui scrivono che probabilmente ha passato la notte con una
donna, ma  soltanto unipotesi.
Supponiamo che sia vero, supponiamo che sia stato ucciso. Del resto io lavevo intuito. E
questa donna... Se era nascosta nei paraggi di sicuro mi ha visto entrare. E potrebbe credere che io, a
mia volta, abbia visto qualcosa di pi di quello che ho effettivamente visto.
E allora?
Allora divento una testimone scomoda.
Lo disse tutto dun fiato, tentando di circoscrivere un allarme ancora debole e lontano.
Ma tu non hai visto niente, non  cos? Non  cos? incalz Anna con uninsistenza di cui a
malapena si rendeva conto. Perch non cambiava tasto, perch si ostinava su quellargomento?
Te lo giuro.
Il tono della ragazza era appassionato, quasi una supplica, come se temesse di non essere
creduta e implorasse la fiducia dellaltra. Il motivo di tanta enfasi le sfuggiva. Magari sera messa in
testa che fosse lei, Anna, lassassina e aveva paura. Paura che uccidesse ancora, che per salvarsi potesse
colpire di nuovo. Ecco di cosa aveva paura.
Ma senza dubbio si trattava anche questa volta di una sua suggestione, una fantasia morbosa, si
disse Anna. Se la ragazza avesse nutrito un bench minimo sospetto di questo genere non se ne sarebbe
rimasta l da sola con lei, a mangiare praticamente nello stesso piatto, come si suol dire. Era da
escludere che una commedia potesse prolungarsi a tal punto. A meno che... A meno che non fosse lei,
invece, ad aspettare loccasione, il momento giusto per sbarazzarsi di Anna. Anche Anna poteva essere
una testimone scomoda.
Non ho visto niente, te lo giuro, continuava a ripetere la ragazza.
Anna tronc ogni ulteriore protesta cacciandole in mano il cestino del pane.
Tieni, portalo di l e apparecchia la tavola.
21
Le ombre sul terrazzo guadagnavano rapidamente terreno. Anna usc a piedi nudi (era piacevole
camminare sulle mattonelle ancora tiepide) e lev dalla corda tesa in un angolo riparato, quasi
nascosto, la biancheria. Il sole laveva disseccata ed era rigida, ruvida al tatto. Anche nei vasi l accanto
la terra, arida, si screpolava. Aveva perso il conto, ma certo da molti giorni ormai non annaffiava le
piante. Una semplice dimenticanza o piuttosto il sintomo dun malessere che si manifestava in maniera
subdola, con una trascuratezza che ben presto si sarebbe estesa dalle piante alla casa, alla sua stessa
persona? Ci vuole sempre pi di unora per dare lacqua a tutti i vasi, si giustific di fronte a se stessa.
E pur avendo ogni attimo della giornata a sua disposizione, era come se le fosse mancato proprio il
tempo.
Scosse di nuovo i panni lisciandoli con le dita, piegandoli con cura, lentamente, ordinatamente,
uno dopo laltro.
Marta ha paura. Di me. Un pensiero che le dava un dolore fisico, unoppressione al petto. O
forse era lei, Anna, a inventarsi tutto, a costruire dentro di s false impressioni, a dar loro forza e
innalzarle come un paravento, un nero scudo segreto contro nemici invisibili. Simmaginava che Marta
avesse paura di lei perch lei, invece, voleva cancellarla, farla sparire dalla sua vita e dalla sua mente.
Questo voleva, in realt. Questo?
Dun tratto i fiori polverosi, appannati, le fecero compassione. Si chin sulle foglie di
unenorme ortensia e cos chinata la raggiunse il grido che annunciava il passaggio di un arrotino. Un
grido ripetuto e modulato su un unico lunghissimo tono che saliva dalla strada come dal fondo di altre
epoche, di altri mondi.
22
Questo John Wayne...  insopportabile.
Nel soggiorno laria affondava liquida, pesante. La TV era accesa. Su un canale privato
trasmettevano un western con John Wayne nella parte del pistolero buono. Sdraiata sul divano, Marta
seguiva svogliatamente le interminabili cavalcate lungo i canyon riarsi della California. Ogni tanto
cambiava posizione, sbadigliando ostentatamente.
Insopportabile. Un vero uomo, con tutti i sentimenti giusti al momento giusto.
Cambia canale.
Marta rise, una risata fiacca, priva dallegria.
Credi che sia cos facile liberarsi di un vero uomo? Sugli altri canali ci sono solo cartoni
animati o aste televisive.
E lasci cadere sul tappeto il telecomando. Si comportava con la scioltezza di una padrona di
casa prepotente e incurante dei doveri dellospitalit, rovesciando le parti con provocatoria insolenza.
Un modo forse per rimarcare un distacco. Contro tutto e contro tutti, unaffermazione puerile e
caparbia di s.
Con segreto divertimento, Anna immagin che rientrasse in quella sua puerile protervia anche il
fatto di non avere ancora chiamato i genitori, per comunicare almeno il nuovo indirizzo o il numero di
telefono. In tutti quei giorni, neppure una telefonata.
Per deliberata negligenza, Anna ne era convinta. Non se ne meravigliava troppo, una certa
lontananza dai legami familiari era comune a entrambe: partivano da situazioni totalmente diverse che
poi per convergevano. Marta si teneva a distanza per volont di ribellione, per necessit di
emanciparsi, per paura in definitiva di non poter spiccare il volo. Invece lei intratteneva con la nonna
una relazione tenera ma un po, come definirla, distratta. Talvolta avrebbe voluto colmare lo spazio che
le divideva: senza contorni, impreciso come lo spazio dei sogni eppure, al pari di quello,
insormontabile.
Sorrise dellinsolita stretta di autocommiserazione. In fondo quella distanza la rassicurava, le
dava fiato.
Non aveva ancora telefonato ai suoi, riflett di nuovo Anna. E quindi nessuno sapeva che Marta
era l da lei. Tranne quel ragazzo, forse, quel fidanzato provvisorio, a intermittenza per cos dire. Ma
che gli aveva detto? Che si trovava da unamica: nientaltro, in realt. Sera tenuta sul vago anche con
lui. E quando Anna aveva chiesto, stupita: Ma non  il tuo ragazzo? lei aveva risposto con una
disinvoltura un po artificiosa: Scopiamo, ogni tanto. Ma per questo non  necessario essere in grande
confidenza, non ti pare?
Aveva alzato le spalle per sottolineare la trascurabile entit del fatto. Senza molta convinzione,
a dir la verit. Per Anna aveva capito che in fondo la pensava davvero cos. E come poteva, lei, darle
torto? Sesso. Intimit. Perch mai le due cose dovrebbero andare daccordo? Del resto anche la sua
avventura di una notte rientrava in questa logica di separazione, di voluto scompenso.
Ma che importanza aveva, ora, tutto ci? Limportante era che nessuno sapesse, in definitiva,
dove Marta si trovava in quel preciso momento. Calcol: non lo sapevano i genitori, non lo sapevano le
amiche n i compagni duniversit, nessuno lo sapeva. Era come se la ragazza fosse gi sparita, gi
scomparsa. Centinaia di persone ogni anno si perdono cos, inghiottite dalla voracit del mondo, in un
vuoto che cancella ogni affetto e ogni memoria.
Limmaginazione di Anna girava con insistente tenacia attorno a questo pensiero che si ostinava
a occuparle la mente con la severit di un monito o di un avvertimento.
Sparire: un verbo pulito, inodore, insapore. Nessuna violenza, in quel verbo. Anche Marta, a
quel modo, poteva sparire. E insieme con lei ogni traccia, ogni indizio. Ogni ricordo.
Improvvisamente Anna ebbe paura di se stessa, e orrore. Tent di chiudere la mente a quelle
suggestioni che le si snodavano dentro con linesorabile logica di un delirio. Si port una mano
tremante alla fronte, lisci dietro lorecchio una ciocca fastidiosa. Sullo schermo, i cow-boy
continuavano a cavalcare e la polvere rossa della California si disperdeva nellatmosfera chiusa della
stanza.
Davvero credevi di poter vivere tranquillamente, senza problemi, con uno sconosciuto?
Una curiosit che nascondeva altre curiosit. Anna non era pi capace di scostarsi da l. Doveva
sempre ritornare a quel punto. E insistere, indagare, mentre dentro le premeva quel grido, quella
rivendicazione assurda. Ma che ne sai tu, avrebbe voluto dire. Che ne sai di quelluomo. Bastavano
poche parole... Era facile tradirsi. Di ora in ora diventava sempre pi facile.
Un uomo di cui non conoscevi le abitudini, torn a ripetere, le manie, niente. Tu e lui, da
soli?
Marta distolse gli occhi dal televisore.
Ma che vai a inventarti. Vivere con lui? Un guizzo dinsofferenza le pass sul viso. Con lui
io dovevo soltanto dividere un appartamento.
Soltanto? replic Anna. Ma poi si vergogn di quel sarcasmo fuori luogo, aggressivo. Non
riusciva a trovare il tono, la domanda giusta per entrare, come avrebbe voluto, in quella breve storia. E
Marta certo non laiutava.
Si accese una sigaretta. Anche la ragazza sfil una sigaretta dal pacchetto di Anna poggiato in
mezzo a loro e laccese. Si girava e rigirava sul divano e a ogni movimento la vestaglia le si
attorcigliava sempre pi inestricabilmente in vita, le scivolava da tutte le parti liberando una spalla, la
punta di un seno. Un breve gesto e subito si ricopriva per tornare poi, involontariamente, a scoprirsi in
unagitazione vana.
Finch qualcosa  un ritegno, una reticenza  sembr rompersi nella sua mente.
Non posso pi parlarne con nessuno, a questo punto, proruppe. Solo con te. Anche se non te
ne faccio certo una colpa.
Ma il suo risentimento era palese. Ingiustificato, sindign Anna. Non poteva accusarla di aver
coartato la sua volont. Ma invano tent di convincersi che il suo comportamento non aveva
danneggiato nessuno, tanto meno Marta. Questa volta il suo senso di colpa aveva radici scoperte. Non
poteva far finta dignorare che se avesse denunciato a tempo debito laccaduto Marta sarebbe stata
salva, definitivamente scagionata da qualsiasi sospetto. E forse anche lei. Perch non avrebbero dovuto
crederle? In fondo nessuno aveva formulato unaccusa precisa e tutte le ipotesi, anche quella della
disgrazia, erano tuttora aperte, almeno stando ai giornali.
Hai bisogno di parlare, di sfogarti con qualcuno? chiese. Di questo hai bisogno?
Laltra sospir scuotendo appena la testa e Anna prov limpulso di toccarla, di carezzarle la
mano magra ed elegante ma con le unghie rosicchiate come quelle di una ragazzina. Invece abbass gli
occhi sui suoi piedi nudi, ancora bagnati e sporchi della terra che era traboccata dai vasi mentre
annaffiava le piante.
Certo, per Marta tutto era pi facile. In fondo il ritrovamento del corpo, la storia sui giornali era
stata per lei quasi una liberazione. E liberata dal peso di una scelta, forse simmaginava di esserlo
anche da ogni responsabilit. Ma non cera liberazione possibile per lei, Anna. La presenza 
lesistenza stessa  della ragazza era un tormento prima ancora che un pericolo. Sarebbe mai scomparsa
dalla sua vita? In qualche modo  in qualsiasi modo, pens ritraendosi di nuovo, spaventata, dal suo
stesso pensiero  doveva sparire.
* * *
Basta, simpose Anna alzandosi dal divano e tornando subito a sedersi, suo malgrado inchiodata
a quel confronto fatto di vischiosi silenzi e tacite accuse.
Basta con queste elucubrazioni contorte, malate. Non era lei, del resto, a trattenere Marta. Anzi,
a ben guardare le cose come stavano, era laltra a non volerla perdere mai di vista, a non staccarsi un
attimo da lei: starle dietro era diventata la sua unica occupazione. Chi sorvegliava chi, in realt?
Di nuovo e daccapo. Sempre la stessa ossessione, rovesciata e capovolta. Bisognava trovare una
via duscita, rompere il nodo di complicit  esclusiva come una passione amorosa  che le legava
luna allaltra. Anna si morse le labbra. No, non si sarebbe arresa, non sarebbe annegata nelle burrasche
del proprio inconscio. Sapeva ci che andava fatto. Smetterla, in primo luogo, di crogiolarsi in
quellatmosfera morbosa, entrambe sofferenti e compiaciute della propria sofferenza. E uscire, vedere
gente.
La sigaretta aveva perso gusto e la stanchezza era tornata a essere una pesante catena che le
mordeva le caviglie. La sua mano, sulla spalliera, sfiorava la nuca della ragazza, il collo esile che i
capelli, legati in alto, lasciavano scoperto. Indifeso. Lo tocc indugiando sulla morbida peluria che
sfuggiva dalla massa compatta. Tutta la tensione del suo corpo si concentrava sulla punta delle dita
imprevedibilmente sensibili, calde. Lindice scivol lungo il solco della nuca. La mano sarrest in una
leggera pressione che a poco a poco si and trasformando per sciogliersi da ultimo in una carezza.
Marta si volt verso di lei e, finalmente, le sorrise. I denti, grandi e regolari, avevano lo stesso
umido candore degli occhi, lo stesso lampo invitante.
Fuori, il terrazzo era ormai completamente in ombra ma la sfera del sole, al di l del Tevere,
indugiava calando con esasperante lentezza. Non era ancora finita. Anna ebbe un fremito dimpazienza:
non vedeva lora di suggellare, chiudere definitivamente anche quella giornata. Come se ogni ora che
passava fosse un pericolo scongiurato.
Si svegli di soprassalto. Era notte fonda e la stanza immersa nel buio. Qualcosa non
funzionava, ne era certa. Anna si sforz di rammentare. La porta di comunicazione che immetteva nel
soggiorno dove Marta dormiva era chiusa e nessun rumore giungeva da quella parte. Poi ricord.
Aveva sognato e, nel sogno, aveva visto la seta disegnare il capezzolo scuro, scivolare gi lenta,
morbida sul seno nudo di Marta.
23
Quando aveva promesso a Michela  domani, ci vediamo domani  le era parso di frapporre fra
s e lamica uno spazio di tempo lunghissimo, irraggiungibile. E invece era gi ora.
Anna si allacci la collana di perle che la nonna le aveva regalato tanti anni prima, il giorno in
cui si era laureata. Rialz il collo della camicetta e fece scivolare le perle nella scollatura in modo che
sintravedessero appena. Era pronta.
E tuttavia continuava a indugiare, nascostamente spaventata da quellappuntamento. Michela
era fantastica per fiutare intrighi e lei temeva la sua perspicacia che aveva imparato ad apprezzare fin
da quando, sui banchi di scuola, si scambiavano sguardi dintesa e bigliettini cifrati. Non era abituata a
fingere, Anna, a mentire. E adesso si sentiva avvolta, completamente avviluppata in una fitta maglia di
reticenze, ambiguit, menzogne.
Lassal la tentazione di slacciarsi la collana, levarsi la camicetta, infilarsi di nuovo il pigiama.
Ancora non se la sentiva di affrontare il mondo. Ma quando, di questo passo, se la sarebbe sentita? E
Michela non era il mondo. Era, semplicemente, Michela.
In bagno, davanti allo specchio, Marta si truccava. Aveva di nuovo raccolto i capelli sulla nuca
e sul collo sottile brillava un filo doro.
Anna sedette sul bordo della vasca, affascinata e alla fine conquistata dal gioco esperto delle
mani, dai gesti misurati e abili della ragazza. Gesti che tracciavano e circoscrivevano un mondo di
tranquilla, familiare normalit. E che tuttavia risvegliavano in Anna la sensazione  non del tutto
sgradevole ma per questo ancora pi inquietante  di essere carceriera e carcerata al tempo stesso. Una
situazione che lei  e lei soltanto  aveva creato, inventato, perfino voluto.
Ma non riusciva a capacitarsi di quel desiderio di segregazione, quella voglia di alzare un
recinto, uno steccato invalicabile attorno al loro rapporto. Un rapporto che consisteva tutto in un cauto
sondarsi, un girarsi attorno alla ricerca... di che cosa?
La vicenda si era ulteriormente complicata.
Troppo tardi, pens Anna. Troppo tardi ormai per qualsiasi spiegazione, per confessare la verit
e affrontarne i contraccolpi. Non aveva pi paura delle reazioni della gente, ma il timore di un altro
rischio adesso la tratteneva e le impediva di varcare quella soglia.
No, non temeva pi che il mondo le attribuisse una colpa non sua. Ma Anna dubitava delle
reazioni della ragazza. Forse lavrebbe creduta ma forse, al contrario, si sarebbe convinta di una sua
qualche colpevolezza. Poteva addirittura pensare che lavesse tenuta in ostaggio per garantirsi
limpunit. In ogni caso, una barriera di sfiducia le avrebbe separate, irrimediabilmente. E questo non
riusciva a sopportarlo.
Era successo qualcosa. Qualcosa che le rendeva intollerabile un rifiuto o anche la semplice
ostilit di Marta. La guard. Guard il disegno netto delle sopracciglia, la linea breve del naso, il
prepotente rivelarsi del corpo agile e pieno sotto la maglietta.
La ragazza avverti lintensit del suo sguardo, smise di armeggiare fra le creme e le rivolse un
sorriso cautamente esplorativo.
Che fai, mi ammiri?
Vanitosa, la burl lei ritraendosi tuttavia, impacciata come se fosse stata sorpresa nel bel
mezzo di unazione sconveniente. Ma la ragazza manteneva un atteggiamento disteso, una pacatezza
risolta di modi e di gesti.
Avrebbe mai dimenticato? si domand Anna continuando a fissare il volto giovane e assorto
riflesso nel grande specchio dietro il lavabo. Probabilmente s. Col passare del tempo, al contrario di
lei, avrebbe considerato tutta quanta la storia una partita chiusa col mondo e con se stessa. Un tremito
appena avvertito di disagio in una notte insonne, la cicatrice mai del tutto rimarginata di un rimorso. O
poco pi. Il trauma era superabile, purch gli altri glielo permettessero e dimenticassero a loro volta.
Oltre il riquadro della finestra, il cielo coperto possedeva lidentica sfumatura grigio perla delle
statue sul cornicione della chiesa. Il ronzio di un elicottero della polizia che volava basso in
ricognizione entrava nella stanza di prepotenza, si allontanava, tornava.
Avvicinando il volto allo specchio, Marta si pass la lingua sui denti macchiati di rossetto,
estrasse da una scatola un fazzoletto di carta pulendosi prima le dita e strofinando poi la mensola su cui
spiccavano le impronte rosse dei polpastrelli. Con gesto ispirato, lev infine il tappo di sughero a un
boccettino e si sparse sulle tempie la polvere doro che vi era contenuta.
Non ti sembra di esagerare? disapprov Anna.
Perch, non ti piaccio?
E sorrise nello specchio voltando la testa di qua e di l, ora a destra e ora a sinistra in un balenio
di scintille. Si esibiva con una compiacenza naturale e spontanea. Poi saett unocchiata verso di lei,
squadrandola rapidamente da capo a piedi.
Sempre vestita cos, tu, da signorina di buona famiglia.
Sbuff con ostentata disapprovazione e aggiunse una spolverata doro sulla fronte, lungo
lattaccatura dei capelli.
Inopinatamente, Anna si trov a darle ragione. Osserv con risentimento i suoi pantaloni stirati,
la camicetta dottima marca, il filo discreto di perle. In perfetto accordo con quella sua capacit di
tenere tutto ben serrato dentro il petto senza mai esternare un sentimento autentico o cedere a una
vampata dindignazione, di odio o di amore. Non era letica professionale  come aveva creduto  a
trattenerla, ma un soffocante senso del decoro che non poteva estirpare e che le inibiva ogni scatto di
passione.
Perch mai doveva sentirsi obbligata in ogni momento della sua vita a presentare unimmagine
impeccabile di s, a rassicurare con laspetto, con le parole, con il comportamento? Che le davano gli
altri in cambio? Un po di considerazione, una patente sempre provvisoria di rispettabilit. E per questo
valeva la pena di ridursi cos? Cos come? Si esamin severamente, elencando: senza slanci vitali,
chiusa nellarida prigione delle convenzioni. Ecco, esattamente cos. Carceriera di se stessa. Rigida
secondina delle proprie passioni.
Marta si accorse del suo cambiamento dumore e pos il pennello sul lavabo umido che si stri
di giallo e marrone. Voleva consolarla e non trovava il modo. Alla fine raccolse sulla punta dellindice
un pizzico di polvere dorata e sporgendosi verso di lei le disegn un neo luccicante in mezzo alla
fronte.
Ferma, non ti muovere. Contempl il suo lavoro. Ancora un attimo, ecco fatto, comment
soddisfatta, completando lopera con un ultimo ritocco.
Anna protest debolmente ma poi la lasci fare, evitando tuttavia di guardarsi allo specchio,
imbarazzata sotto il tocco leggero delle dita di lei.
24
Dopo il raccordo anulare imboccarono lautostrada in direzione di Firenze. La cinquecento si
comportava bene e non perdeva colpi. Nei prati intorno il getto degli irrigatori brillava della stessa luce
del cielo basso, velato da una foschia trasparente e luminosa che feriva gli occhi. Campi di girasole
ovunque, con le corolle pesanti volte a terra e tentennanti come ubriache.
Marta sera seduta davanti, accanto ad Anna che guidava, mentre Michela aveva occupato il
sedile posteriore dopo averlo liberato dai quintali di cartacce e giornali vecchi, cartoline, buste vuote e
lettere che, prelevate dalla cassetta della posta, finivano per essere buttate l dietro.
Era ulteriormente dimagrita, aveva notato subito Anna con una fitta di pena. Il volto smunto e
tirato sembrava pi vecchio di quanto in realt fosse e gli occhi neri brillavano troppo.
Pur avendo passato i trentanni da un pezzo, Michela soffriva di anoressia, una malattia tipica
delladolescenza. Viveva di cappuccini per giorni e giorni e poi di colpo si abbuffava fino a star male,
assalita da una fame incontenibile, illimitata. Cos erano anche i suoi rapporti con gli altri: di
lontananza estrema oppure di passionale, vischiosa, ineluttabile profondit. Con lei non erano
praticabili vie di mezzo, meno faticose da percorrere quotidianamente... aveva spiegato, prima di
separarsi definitivamente, lex marito. Perch anche Michela aveva un ex, come la maggior parte dei
suoi amici e delle sue amiche.
Anna abbozz dentro di s una smorfia di avvertito sarcasmo: una media bassissima di divorzi e
separazioni, questo  quanto le statistiche riportano per lItalia. Ma un misterioso divario sembra
separare lesperienza personale dalle cifre ufficiali.
Latmosfera nella cinquecento si manteneva amichevole, rasserenante. Ma un momento
dimbarazzo cera stato, innegabilmente: allinizio, prima che Michela, in attesa a un incrocio,
montasse sulla cinquecento. Marta era scesa dalla macchina per permetterle di salire e le due donne,
luna di fronte allaltra sul marciapiede, serano apertamente squadrate, soppesate, valutate in un misto
di interesse e rivalit. Anna era sulle spine, come se la riuscita di quellincontro dipendesse da lei. E in
effetti era stata lei che, nellansia daffermare la normalit di una situazione tuttaltro che normale,
laveva voluto.
Che follia, pens. In assenza di un vero pericolo si figurava pericoli dappertutto, perfino nella
normale curiosit di unamica. Eppure  si disse  non era cos folle prevedere di poter essere, un
qualche giorno, posta sotto accusa. Uneventualit lontana ma possibile. E per la legge italiana  in
qualche modo limputato a dover dimostrare la propria innocenza, non viceversa. Un meccanismo
perverso per cui tutto pu diventare indizio di colpevolezza: una semplice intenzione, la naturale
incoerenza di un comportamento, una dichiarazione fatta con innocente leggerezza. Tutto diventa
sospetto, ogni gesto arduo da spiegare. Lambiguit si tramuta in colpa, certezza di colpa.
Passarono sotto Orte costruita su strapiombi di roccia, impervia vista di scorcio dallautostrada.
Michela estrasse un giornale dalla borsa. Anna ud il fruscio dei fogli e si volt. Le mani dimprovviso
sudate le scivolarono sul volante e la macchina per un attimo sband verso destra. Lei la riport
immediatamente in carreggiata. E ricord che aveva gi sfogliato i giornali quella mattina, e non vi
aveva trovato niente che potesse far lievitare il suo turbamento.
Lungo la corsia i cartelli annunciarono luscita per Bomarzo-Viterbo. Erano arrivate.
Ombreggiata da due filari di alberi, la strada saliva verso il paese. A destra il greto bianco di un
torrente e la valle da cui arrivava un sordo frinire di cicale, a sinistra le vecchie mura del paese di un
arido color mattone. In uno spiazzo ghiaioso, davanti a una lunga e bassa costruzione moderna, un
cartello giallo proclamava: BOSCO SACRO  VILLA DELLE MERAVIGLIE  PARCO DEI
MOSTRI DI BOMARZO.
Dentro, la sala era fresca.
Non cero mai stata, qui.  piacevole, not Marta girando su se stessa per guardarsi attorno. Il
modo con cui si muoveva. Quel gettare indietro i capelli con foga spavalda. La leggerezza allegra del
suo passo. Tutto testimoniava che quel giorno era, per lei, un giorno felice.
Inspiegabilmente felice, stup Anna colpita da quellatteggiamento rappacificato col mondo, con
la vita. Con Anna stessa. Ma la felicit era un sentimento illogico che non poteva entrare nel loro
rapporto, non aveva alcun diritto di cittadinanza.
S, piacevole, conferm tuttavia.
Certo era difficile capire e capirsi in una situazione del genere, che falsava le prospettive,
scopriva per nascondere, occultava per arrivare a conoscere e svelare. Eppure la consapevolezza di
condividere con laltra un segreto  o una colpa  dava anche a lei un irragionevole ma forte senso
dintimit che placava lansia e la sospingeva di lato, oltre il limite estremo della coscienza.
Serano fermate al bar: lacqua minerale frizzava nei bicchieri e in gola facendo salire agli occhi
inutili lacrime.
Perch non restiamo fino a stasera? propose di punto in bianco la ragazza. Potremmo
mangiare qualcosa al self-service.
Michela si anim, scuotendosi di colpo.
No, io non posso.
La sua concitazione appariva sproporzionata rispetto alla semplicit della proposta. Fece per
aggiungere qualcosa, ma rinunci e chiese soccorso ad Anna con espressione supplice. Lei raccolse
lappello.
C un piccolo inconveniente. Questa qui, spieg, aggiungendo un tocco di affettuosa ironia,
proprio oggi ha creduto bene di concedere un appuntamento a uno dei suoi fidanzati.
Non sminuire la cosa, ti prego, protest Michela. Considera che sono innamorata. Davvero.
Lo giuro.
E lui? sinform Marta. Anche lui  innamorato?
S... Oddio, penso di s.
E allora lascialo sospirare un po.
E almeno qualche volta lascialo a sua moglie, rincar Anna. Si divertivano a infierire, alleate
in una piccola, segreta battaglia contro di lei.
Sei di un moralismo disgustoso, scherz Michela con una punta di genuino risentimento.
Marta, che teneva fisso su Anna lo sguardo filtrato dalle lunghe ciglia socchiuse, sorrise. Quasi
a confermare losservazione di Michela e a smentirla, nello stesso tempo. Sorrise, di nuovo. E distolse
subito gli occhi per camuffare il sorriso.
Cera silenzio, nel parco: si udiva soltanto, proprio sotto di loro, il precipitare di un torrente
nascosto dagli alberi e, in alto, il rombo di un aereo che si allontanava.
Sedettero su un muricciolo e Marta approfitt della sosta per allacciarsi meglio le superga blu
che le aveva prestato Anna. Accettava le sue premure con la stessa naturalezza con cui aveva accettato,
in una situazione non poi troppo radicalmente diversa, le attenzioni e le profferte di quelluomo... uno
sconosciuto, per sua stessa ammissione.  ancora cos giovane, la giustific Anna. E tutto le sembra
normale, anzi dovuto: linteresse degli altri, laiuto, la protezione, il dono di s, del proprio tempo e
delle proprie cose.
Di fronte a loro sallungava, perdendosi fra gli alberi, un sentiero di terra battuta guardato ai lati
da due sfingi. Sulla pietra, con una grafia da alunno diligente, erano vergate in rosso scritte
enigmatiche.
TU CHENTRI QUA PON MENTE PARTE A PARTE ET DIMMI POI SE TANTE
MERAVIGLIE SIEN FATTE PER INGANNO OPPUR PER ARTE.
 certo un inganno, consider Anna, dovette sembrare agli uomini del Rinascimento quel luogo
cos lontano dai canoni estetici dellepoca, voluto e inventato da un principe per amore. O SOL PER
SFOGARE IL CORE, come rivelava lincisione su un obelisco.
Il principe delle occulte illusioni... inform Michela. Ho letto il romanzo di uno scrittore
argentino, non so quanto rispondente alla realt storica. Lo descrive come un uomo dai poteri magici,
perverso, gobbo. E con tendenze omosessuali.
Marta rise. E che altro?
Racconta, continu Michela, che dal castello che sta pi su, oltre il paese, partiva un
corridoio sotterraneo che in segreto conduceva direttamente qua, fra i suoi mostri, il principe gobbo.
La luce filtrava attraverso gli alberi, infiammata dal rosso acceso delle foglie. Oltre il sentiero
alle loro spalle, un drago dalle ali di farfalla si torceva sotto il morso di tre belve: era il tempo che si
scuoteva di dosso passato, presente e avvenire.
Ma il morso del passato, pens Anna, era crudele nella sua tenacia. E il futuro le era nemico.
Eppure nonostante tutto anche lei ora si sentiva pervadere da una sottile euforia, quasi un senso
dattesa, ma piacevole e rilassato.
* * *
Fu un caso se, a un certo punto, si ritrovarono sole. Ad Anna sembr che fossero sole, davvero,
per la prima volta, lei e Marta: sole in un luogo a entrambe estraneo, un territorio neutro dove tutto
ancora poteva essere messo in gioco.
Si ritrovarono sotto una volta scavata nella roccia, umida. Umido perfino il silenzio che,
ingigantito dallaltezza della cupola, stillava su di loro umori segreti.
La ragazza rabbrivid e si accost dimpulso ad Anna, alzando verso di lei quel volto
dallespressione cos assurdamente felice. La felicit immemore di uninnamorata.
Unoscura apprensione linvase e Anna fece per spostarsi: uno scarto impercettibile, un
tentativo appena accennato di sottrarsi. Ma laltra le appoggi la testa sulla spalla in un gesto
dintimit. Poi il suo braccio scivol attorno alla vita di Anna mentre il seno premeva contro di lei in
tutta la sua consistenza morbida ed elastica.
Anna non os muoversi. Trasformata, cos le parve, in una statua di pietra, una delle tante che
popolavano il parco. Senza volerlo chiuse gli occhi. Ma, sotto le palpebre chiuse, continuava a vedere
distintamente la linea del collo, la pelle compatta, la peluria bionda allattaccatura della nuca, la curva
dellorecchio col lobo piccolo e forato, senza orecchino. E di colpo avvert che tutto il suo corpo
aderiva al corpo della ragazza. La tela leggera delle camicette non impediva, anzi aumentava la
consapevolezza di quel contatto, aiutava a esplorare nel lento muoversi del corpo la forma del seno
contro il seno, del fianco contro il fianco. La ragazza sollev la testa e distinto Anna si abbass per
ricevere sul viso il palpito delle ciglia, la carezza liscia della guancia. Respir lodore caldo dei capelli,
mentre il pulsare delle tempie le scendeva in un gorgo tumultuoso fino al ventre.
A due passi di distanza esplosero voci e risate e lo spazio si restrinse, insopportabilmente. Pass
un gruppo di turisti, tre donne e due bambini seguiti da alcuni uomini. Marta si allontan da lei ma
senza fretta, con naturalezza, e si port indietro i capelli che le ricadevano sulle guance. Sulla via del
ritorno si fermarono a una bancarella che vendeva frutta, verdura, patate. Comprarono unanguria
enorme dal cuore scarlatto, dolcissimo. Luomo ne aveva tagliato uno spicchio, una finestrella, e
laveva dato da assaggiare alla diffidente Michela.
Sedute sul bordo della strada, prima di separarsi, si dissetarono con la fragile polpa dellanguria.
25
Il buio era sceso di colpo da un cielo gonfio di pioggia trattenuta. Anna e Marta avevano appena
attraversato la strada, dirette verso linsegna luminosa di una trattoria a Trastevere, quando scoppi il
temporale. Percorsero correndo lultimo tratto di marciapiede che le separava dallentrata, mentre la
pioggia si rovesciava addosso al mondo con violenza.
Un cameriere teneva la porta spalancata per i clienti che dai tavoli allaperto si riversavano nei
locali coperti. Anna arriv sotto la tettoia un secondo prima di Marta, ma poi la ressa le spinse luna
contro laltra e lei se la sent addosso prima ancora di vederla. Le sue dita si strinsero attorno al braccio
nudo e scivoloso di pioggia.
In bagno, Anna tent di asciugarsi. Era uno stanzino angusto ma pulito, lontano dal chiasso del
locale che giungeva fin l attutito, ridotto a un indistinto brusio. Il lavabo era sormontato da uno
specchio senza cornice, attaccato a un chiodo che sporgeva per un buon tratto. Vi si riflett il pallore
del suo viso lavato dalla pioggia. Aveva assunto unimmediatezza nuova e tuttavia sfuggente, una
maschera su cui lei pass le mani fredde, tastando e premendo in una cauta ricognizione. Qualcuno
scosse la maniglia del bagno tentando di entrare. E allora si affrett ad asciugarsi con cura usando la
carta igienica, ma poi ancora indugi a pettinarsi, a scuotere i capelli bagnati, a passarvi dentro il
pettine a denti larghi, di plastica rossa.
Torn in sala. Marta aveva gi occupato un tavolo e mangiucchiava una fetta di pane prelevata
dal cestino che le avevano piazzato davanti. La tovaglia era di carta e la luce bianca, fortissima. Ad
Anna piomb di nuovo addosso la malinconia. Colpa del luogo probabilmente, dello squallore anonimo
dei tavoli, della tristezza trasandata di tutto il locale.
Si sentiva depressa come quando, dopo avere accettato linvito a cena di un uomo, si rendeva
conto che le cose prendevano una piega scontata e vedeva con chiarezza, davanti a s, linevitabile
conclusione della serata. E a quel punto non le veniva altra voglia che di scappare. Adesso provava un
impulso simile, ma non perch prevedesse una qualche conclusione di quella serata, bens esattamente
per il motivo opposto. Per limpossibilit di una conclusione qualsiasi.
Il flusso dei clienti era cessato e sul pavimento irregolare si andavano formando piccole pozze
dacqua sporca. Entr una ragazza con una chitarra e si mise a cantare girando fra i tavoli. Bruna, alta,
ben fatta, indossava dei pantaloni larghi di tela indiana, arricciati e legati in cintura con una cordella
della stessa tela. Al loro tavolo si trattenne pi a lungo: perch erano due donne, perch la guardavano
con simpatia, perch seguivano con interesse la sua musica.
Il piede su una sedia, la chitarra sul ginocchio piegato, suon e cant stornellate romane e
unallegra canzone spagnola o forse sudamericana, di cui compresero solo lesuberanza del ritmo. Era
evidente che cantare le piaceva, non si trattava soltanto di un modo come un altro di raccattare soldi.
Un cameriere passando le disse qualcosa in tono brusco e lei tir gi il piede dalla sedia. Infine, col
palmo della mano ferm le corde della chitarra e attese. Marta le offr un biglietto da diecimila. La
ragazza le invi un bacio con la punta delle dita e se ne corse in strada, di nuovo libera.
Che esagerazione.
Anna, che stava contando alcune monete, era rimasta col borsellino aperto in mano, sorpresa.
Un attimo dopo fece scattare la chiusura fra il pollice e lindice.
Non ti sembra di essere stata un po troppo generosa? Le venne un dubbio. La conoscevi?
Marta neg.
Ti devo confessare... Lho fatto anchio. I primi tempi che stavo a Roma, quando avevo
bisogno di soldi perch mio padre ancora non mi passava un mensile. Di fronte allo sguardo
sconcertato dellaltra, precis: Proprio cos. Cantavo nelle trattorie.
Una stilettata di ghiaccio scese lungo la schiena di Anna, fulminata da un senso di estraneit
assoluta. Quella ragazza aveva il potere di scatenare in lei emozioni contrastanti, tutte allo stesso
tempo. Ma fu un attimo.
Naturalmente i tuoi non ne sapevano niente.
Naturalmente. Marta storse la bocca. Piccoli commercianti con una visione molto precisa e
molto angusta delle convenienze. Una pausa. Unesitazione. E poi: Non credere che io non voglia
bene ai miei. Nonostante tutte queste dichiarazioni di guerra, io li amo. Per mi spaventano, soprattutto
mia madre. A mano a mano che cresco e invecchio... Saccorse del sorriso che spuntava sulle labbra
di Anna e lo blocc con un gesto. S, a mano a mano che invecchio, quando mi guardo allo specchio
vedo, sempre pi chiaro, il volto di mia madre. La stessa espressione. Forse, chiss, gli stessi
sentimenti. E allora divento una vipera. In quei momenti farei di tutto per umiliarla.
Anche andare a vivere con uno sconosciuto?
Marta soffoc un accenno di riso.
Sei proprio fissata, tu.
Ma dopo qualche tempo avresti dovuto dirlo ai tuoi, non credi? E in ogni caso, prima o poi,
lavrebbero scoperto.
Non necessariamente. Ho imparato uninfinit di trucchi. Sfuggire al loro controllo per me 
facile, adesso. Facilissimo, davvero. Non per niente ne ho fatto lobiettivo, lo scopo della mia vita.
Rise apertamente questa volta, giocherellando col pane, sbriciolandolo sul tavolo. Anna la
scrutava. Catturata dal suo sguardo sornione e malizioso, dalle sue dita nervose e  intu dun tratto 
proprio da quel suo modo di essere e di vivere, dalle sue generosit e dalle sue reticenze, dalla sua
fondamentale ambiguit. O forse le stava dando troppo credito, magari non era altro che una ragazza
sbandata, imprevedibile ma ricca solo delle contraddizioni della giovinezza. Un passaggio det, niente
di pi. Fra due, tre anni sarebbe diventata unaltra donna, unaltra persona, come Marta stessa temeva o
segretamente desiderava.
Fra due, tre anni...
E la invest il pensiero che ben presto  luned, ramment  la loro convivenza sarebbe finita se
lei partiva per Tropea e se Marta restava a Roma.
Il cuore le guizz in petto: una sola sferzata, un secco colpo di coda.
Era quello il momento. Inutile, anzi impossibile attendere oltre. Se non la voleva perdere, se
desiderava davvero che restasse con lei, allora doveva decidersi. E porre, finalmente, la domanda
decisiva, quella che le avrebbe rivelato le intenzioni dellaltra.
Marta continuava a parlare ma Anna non la seguiva pi, intenta a cercare lattacco giusto, le
parole pi adatte, gli argomenti pi convincenti. Prese fiato prima di annunciare: Luned parto.
La fiss e le parve di catturare negli occhi dellaltra uno smarrimento. Allora prosegu: Perch
non vieni via anche tu? Possiamo partire insieme, se ti va. Spiaggia, mare e pesce fresco, nientaltro. O
se vuoi portarti i libri...
I libri. Figurati se ho voglia di studiare con tutto quello che mi  capitato fra capo e collo.
Tacque, pensierosa. Poi confess, mentre la fronte le si corrugava nello sforzo di contrastare lassalto
dellansia: Il fatto  che ho paura ad allontanarmi. Di nuovo, esit.  sciocco, disse infine, me ne
rendo conto. Ma ho paura.
 naturale che tu abbia paura, replic Anna. Ma cosa cambia se resti qui? Se restiamo, si
affrett a correggersi.
Perch parli al plurale? Tu puoi partire tranquilla.
Lo disse in tono leggermente interrogativo, come se sperasse di essere contraddetta, rassicurata.
Ma forse era soltanto il riflesso del suo desiderio. Unillusione, si avvert Anna. Una delle sue solite
fantastiche interpretazioni di una realt sfuggente che sempre le presentava facce molteplici e cangianti.
Tuttavia scosse il capo.
Sola?
Ed ebbe ben chiaro, in quellistante, che non la sgomentava una solitudine a cui era abituata
bens la prospettiva di unassenza: lassenza di Marta. Ogni particolare di lei, del suo corpo  dalle
ondulazioni chiare dei capelli alle pieghe espressive del volto  le era diventato straordinariamente
familiare, e necessario.
Potremmo prendere lespresso che parte dalla stazione tiburtina. Con la mia macchina non  il
caso. Sorrise. Te limmagini? La cinquecento che arranca sotto il sole... Nel migliore dei casi
rischiamo di restare in mezzo allautostrada.
Laltra taceva, continuando a sbriciolare ostinata una fetta di pane. Poi lentamente rispose:
Bisogna... bisogna che ci pensi un po sopra.
Ma la sua esitazione suon come una promessa, pi significativa di una promessa.
Il cameriere port il conto e Marta volle pagare.
Questo, e indic con un gesto largo il locale modesto, i tavoli dai ripiani di plastica coperti
non da tovaglie ma da fogli di carta bianca, me lo posso permettere, almeno questo. Quando diventer
ricca... Ma per ora devi accontentarti.
Unofferta che rendeva lungo e certo il futuro, la conferma di un patto mai esplicitato. Anna si
sent trasportare da un vortice di esaltazione. E tuttavia nei recessi pi profondi della sua anima,
intrecciata alla sua stessa esaltazione, seguitava a snodarsi una sottile, resistente e implacabile spirale di
panico.
26
A casa continuarono a conversare da una stanza allaltra mentre si spogliavano per andare a
letto: una conversazione fitta e sconnessa, che ad Anna sembrava talvolta rasentare il vaniloquio. O era
cos che comunicavano le nuove generazioni?
Scosse il cuscino, ripieg bene il lenzuolo sotto il materasso e prese da un cassetto dellarmadio
un pigiama pulito. Di l il divano-letto era gi aperto, pronto per la notte.
Dove tieni lago? chiese la voce di Marta dal soggiorno.
Le si era rotta la spallina del reggiseno e aveva bisogno di ago e filo per ricucirla. Anna le
spieg dove cercare, e intanto si domandava astrattamente e un po frastornata se la partita avrebbe mai
avuto inizio. Ma la natura reale di quella partita a due le sfuggiva e per la mente le vagavano propositi
assurdi e contrastanti. La voglia di far precipitare in qualche modo le cose e, insieme, la voglia di
fuggire. O di prorogare, allinfinito... Di prolungare quellaspettativa il cui sapore ancora evitava di
precisarsi. E, tutto ci che non aveva un principio non poteva nemmeno temere una fine.
Trovato? sinform.
S, eccolo.
Segu un lungo, innaturale silenzio. Anna ebbe un presentimento. Una folgorazione. Saffacci
alla soglia dellaltra camera, abbottonandosi la giacca del pigiama e stringendosela al petto come un
salvagente.
La scatola giaceva rovesciata sul divano in mezzo a un viluppo di fili, bottoni, ritagli di stoffe,
un ditale dargento e due bustine nere piene daghi. E Marta teneva in mano il suo portachiavi doro
con unespressione dincredulit dipinta sul volto. Proprio sotto la lampada, il ciondolo brillava
maligno.
Anna laveva completamente dimenticato. Aveva dimenticato tutto: lorigine di quella storia, la
morte di lui, la stranezza dellincontro con Marta, casuale allapparenza e tuttavia cos ben calcolato, i
loro reciproci sospetti. Qualcosa le si spost dentro la testa. Uno scarto selvaggio, da cavallo
imbizzarrito.
Marta aveva ricominciato a vestirsi, senza una parola.
Che fai? grid Anna.
Ma la testa le girava, barcoll e fu costretta ad appoggiarsi al muro. Marta dapprima non
rispose. Anche lei era sbiancata, come se un sortilegio lavesse privata di colpo della sua lieve, dorata
abbronzatura. Poi disse con una voce irriconoscibile: Volevi incastrarmi,  questo che volevi. Ma
perch? Per pura cattiveria, per sadismo. Hai finto, non hai fatto altro che fingere per tutto questo
tempo. E mi tenevi qui...
Devo parlare, simpose Anna, devo spiegare, dire la verit, lintera verit. Adesso. E lei mi deve
ascoltare. Non pu non farlo.
Quelluomo, cominci senza preamboli, io lo conoscevo.
Marta smise di vestirsi e lei continu in fretta: Le supposizioni dei giornali sono fondate. 
vero, stava con una donna prima di morire. Sinterruppe un istante. Con me.
Attese. Ma laltra alz il viso e la fiss con unespressione indecifrabile. E allora Anna afferm,
con disperata veemenza: Lo sapevi, vero? Lo sapevi, fin dallinizio.
No, questo no. Ti sbagli. Il suo volto scoperto, senza il riparo dei capelli, possedeva una
durezza sconosciuta. La storia  semplice. Pi semplice di quel che pensi.
Sembr perdersi dietro qualcosa di lontano, che faticava a emergere.
Sono entrata... prosegu. Ma questo te lho gi raccontato. Sono entrata, ho visto il corpo sul
letto e mi sono precipitata fuori, di corsa. Qualcuno scendeva le scale. Ho aperto la bocca per chiedere
aiuto. Ma subito ho pensato: lassassino, forse questi sono i suoi passi. Mi sono affacciata alla ringhiera
e dallalto ho intravisto una donna. Uninconfondibile testa ricciuta.
Con un gesto automatico tese la mano aperta verso di lei. Subito la strinse a pugno e la port
sulla bocca, quasi a soffocare un impulso incontrollato. Di nuovo, ci fu silenzio.
Per questo in strada ti ho riconosciuto, riprese Marta sottovoce, come parlando a se stessa.
O almeno ho creduto di riconoscerti. Ti ho seguita. Ma a un certo punto non ce lho pi fatta.
Il caldo, lo choc, non lo so. Fatto sta che mi sono sentita male e tu mi hai raccolto. Strinse gli occhi, al
ricordo. E dopo... dopo inizia unaltra storia. Mero convinta di essermi sbagliata. E che non potevi
essere stata tu, in ogni caso. Mi sono fidata. Di te.
Gli occhi, le labbra, tutto il viso le si contrasse dun tratto in una smorfia di dolore, dira. Di
paura. Fin di abbottonarsi la camicetta e cominci a riempire la valigia, buttando dentro alla rinfusa
libri, maglie, gonne, pantaloni.
Vuoi andartene?
Anna non riusciva a dire altro, svuotata da un confuso e inesprimibile spavento.
Vuoi andartene?
La porta si chiuse dietro a Marta con uno scatto secco come un colpo di pistola.
27
Le luci erano accese in tutta la casa, perfino in cucina e nel bagno. Anna si accinse a spegnerle.
Non ricordava quando o chi di loro due le avesse accese. Probabilmente Marta mentre rifaceva la
valigia e andava e veniva dal soggiorno al bagno e dal bagno allarmadio in camera da letto per
riprendersi i vestiti, i rossetti, i pennelli, le scatolette del trucco. Anna si ferm, la mano
sullinterruttore. Non si risolveva pi ad abbassarlo, come se quel gesto racchiudesse in s qualcosa di
definitivo e contribuisse a cancellare anche lultimo segno di una presenza. Un pensiero malato,
nevrotico. Di slancio abbass linterruttore e metodicamente, di stanza in stanza, spense tutte le luci
tranne labat-jour sul comodino.
Che altro le restava da fare? Nientaltro che stendersi sul letto ad aspettare il giorno.
La stanza adesso era avvolta dalla penombra. Il riverbero esitante dellabat-jour e il chiarore che
veniva dalle finestre del soggiorno mescolandosi creavano archi e volte dinfrangibili, nere trasparenze.
Dal punto dove lei giaceva, la chiesa era invisibile ma a sprazzi alterni i riflettori attraversavano la
casa, dardeggiavano loscurit e arrivavano fino a lei rivelandole il riquadro della porta e, oltre,
langolo di una mensola, il profilo di un vaso sulla superficie chiara, opalina del tavolo, la sagoma della
poltrona. Lei resse per qualche tempo, riparandosi il volto con le mani in modo da sfuggire al torbido
gioco delle trasmutazioni.
Ma il buio le si addensava attorno, sottraendole aria. Si divincol liberandosi dalla stretta
disordinata del lenzuolo che le intralciava i movimenti e spalanc gli occhi.
Unanta dellarmadio era rimasta aperta e sullo specchio interno si muoveva una lenta trama di
ombre. Anna segu con gli occhi socchiusi il flusso e riflusso minaccioso, onde pesanti di mota, una
palude, un Mar dei Sargassi. Sprofondare l dentro significava non riemergere mai pi. La sua
resistenza si spezz. In un batter docchio fu in piedi, si avvicin allarmadio e sbatt lo sportello. In
fretta, come se lombra fluttuante dello specchio potesse risucchiarla.
Aveva sete, come sempre quando cresceva in lei quellapprensione, quel dolore sordo e
informe.
In bagno, bevve dal rubinetto piegandosi sul lavandino. Poi si rialz e si asciug la bocca col
lembo di un asciugamano. A tentoni trov linterruttore e pigi, sbattendo le palpebre al lampo
abbagliante che le fer le pupille. Riaccese le luci in tutta la casa. Fredde, malinconiche, ma almeno le
restituivano lesatta dimensione del luogo, degli oggetti, delle sue stesse illusioni.
* * *
Non cera pi niente di Marta, da nessuna parte. Anna si sorprese a cercare una traccia,
qualcosa che le appartenesse. Ma la ragazza non si era lasciata dietro nemmeno la pi piccola impronta.
Aveva rifatto la valigia con le poche cose che sera portata appresso e se nera andata. Scomparsa.
Come unombra sulla superficie dello specchio. Un inganno. Lennesimo abbaglio di una mente
malata.
Anna frug in camera da letto, sulle scansie, in bagno, ovunque. Non sera dimenticata
nemmeno una forcina. Non un segno, non un indizio del suo passaggio in quella casa. Tranne un
capello sul cuscino del divano-letto, troppo lungo e liscio, troppo chiaro per appartenere a lei, Anna.
Ma il divano-letto era intatto, col lenzuolo ben teso. Bastava rimetterlo a posto e se qualcuno fosse
capitato l per caso e si fosse messo a curiosare non avrebbe mai intuito che in quella casa era vissuta,
anche se per poco, unaltra persona. Nemmeno Anna ci credeva, quasi. Forse davvero Marta era
unallucinazione, una folle proiezione della sua mente.
Perch non le era corsa dietro? Perch non le aveva impedito di andarsene, di sparire cos? Non
aveva nemmeno tentato di spiegare, di giustificarsi, sopraffatta e vinta da unimpressione di fatalit, di
grande e inutile disperazione.
Bevve ancora e sedette per terra nellingresso, appoggiando la schiena al muro, gli occhi fissi
sulla porta. Non riusciva a staccare lo sguardo da quella porta chiusa, quasi sperasse di vederla aprirsi
da un momento allaltro per far passare Marta.
Cosa le aveva detto la ragazza prima di andarsene? Lo ramment senza sapere come, poich le
pareva di non aver udito niente di quello che laltra andava dicendo, resa cieca e sorda dal suo stesso
terrore. Di averle mentito: in realt solo di questo Marta laveva rimproverata. Non si era data pensiero
del fatto che lei potesse davvero essere unassassina. Perch non laveva mai creduto, perch non lo
credeva pi o perch non gliene importava niente di quello che era effettivamente successo fra lei e
quelluomo?
Aveva sbagliato tutto fin dallinizio, e in particolare con Marta. Avrebbe dovuto raccontarle
lintera storia. Per quale strana aberrazione aveva taciuto? Per coprire quale colpa, in definitiva? Per
nascondere quale vergogna? Si lasci scivolare a terra con tutto il corpo. Poggi la testa sul pavimento.
Il rombo di unauto che passava a gran velocit la scosse. Si tir su trasognata come un automa.
Quanto tempo era passato? Le sembr di aver trascorso tutta la notte stesa sulle nude mattonelle. Un
crampo le attanagli il polpaccio. Si massaggi la gamba alzandosi a fatica. And a controllare
lorologio sul comodino: le due del mattino. Soltanto le due. Lanta dellarmadio si era aperta di nuovo
e di nuovo lei la richiuse. Avvert unimpellente necessit di camminare, di uscire, di scappare dalla
pazzia che pervadeva tutta la casa, sinsinuava malefica in ogni interstizio.
In strada loscurit e il marciapiede deserto la respinsero, la fecero arretrare. Ma ancor pi la
spaventava il pensiero di tornare indietro, su per le scale fino allappartamento vuoto.
Avvi il motore. I fari corsero lungo le strisce gialle della fermata dei taxi. Una ragazza fumava
appoggiata a un palo che sosteneva un cartello col divieto di sosta. Gli orecchini luccicarono nel getto
di luce che invest in pieno la figuretta sottile con i pantaloni neri aderenti, il giubbotto senza maniche
di pelle nera e gli stivaletti neri dal tacco alto. Per sfuggire ai fari la ragazza si butt indietro con mossa
agile. Mentre si spostava verso la zona oscura, non illuminata dagli abbaglianti, si port una mano al
cavallo dei pantaloni, sistemandolo con un gesto inequivocabilmente maschile. Quando la cinquecento
pass davanti alla figura fasciata di nero, un volto violentemente truccato si curv a scrutare attraverso
il finestrino, forse tratto in inganno dalla guida di Anna, incerta, quasi in attesa di una decisione che
tardava a venire.
Le strade erano asciutte come se non fosse mai piovuto. Concentrata sul volante, lei andava
avanti, sempre avanti senza un percorso o una meta. Le sembrava di essere lucida e perfettamente in s.
La mente tesa allo spasimo occupata esclusivamente da frasi che emergevano, prive di senso, dal vuoto,
parole spezzate, un ritornello che Marisa le cantava quando era piccola e che laveva accompagnata per
tutta linfanzia.
La formicuzza presa da gran dolore, con uno spino lei si trafisse il cuore...
I suoi pensieri non andavano oltre. Di nuovo e di nuovo quel ritornello infantile, ossessivo.
Eppure era anche un argine che la proteggeva dalla piena del fiume. O viceversa un muro contro cui
seguitava a sbattere senza trovare la via duscita.
Con uno spino... con le zampine lei si trafisse il cuore.
A un tratto si rese conto di guidare in stato di trance, ipnotizzata dal raggio che si spostava
davanti al muso della macchina, inseguendo quella scheggia di luce allo stesso modo di un cane che
insegue la sua coda. E stava andando contromano. Accost al marciapiede. Si trovava dallaltra parte
del Tevere ma di fronte, esattamente, a casa sua. Viste di profilo e in lontananza, le statue di San
Giovanni dei Fiorentini avevano tutta lapparenza di uno stormo di fantasmi in procinto di alzarsi in
volo.
Appoggi la testa al vetro del finestrino e si addorment. Fu destata da una fitta dolorosa alla
schiena e da un fastidio alle articolazioni. Stese le gambe di traverso, riaddormentandosi di nuovo.
Sogn. E si svegli di colpo mentre il sogno si coagulava dentro di lei in un grumo di sangue oscuro e
pulsante.
Aveva paura. Ma di che cosa, alla fin fine? Che si scoprissero le sue bugie, i silenzi, le
connivenze? Che Marta parlasse rivelando i retroscena di quella storia? Sapeva ben poco, in realt. Che
parlasse pure. Lei, Anna, aveva la sua verit da raccontare. E se la sua verit era indimostrabile, lo era
anche la sua colpa.
S, Marta poteva accusarla, ma che ne avrebbe ricavato? Tuttavia... Anche se unaccusa era
insostenibile bastavano le insinuazioni e i sospetti a rovinarla per sempre. Poteva perfino essere radiata
dallalbo professionale con un provvedimento disciplinare. Un medico, un guardiano dellordine, del
comune senso della morale... La cosa avrebbe suscitato scalpore. Interdetta dalla professione. Avrebbe
perso tutto, il lavoro, la casa. Ma erano timori astratti e lontani.
Di che cosa aveva paura, allora? Che cosa la terrorizzava? La morte di quelluomo o il sorriso
invitante e rivelatore di Marta? Le due storie e le due emozioni si confondevano e sintrecciavano nel
suo animo cos come si erano confuse e intrecciate nella sua vita.
Era ancora buio ma lorizzonte si andava schiarendo sul lungotevere. Una macchina della
polizia pass lentamente, silenziosa, la luce blu lampeggiante. Luomo al posto di guida punt gli occhi
su Anna, rallent, si gir a guardarla. Ma poi la macchina scivol via senza fermarsi.
Tutto era cominciato quando quelluomo le era caduto addosso e lei non era riuscita a liberarsi
dal suo corpo, dalle sue braccia che lagonia rendeva cedevoli e pesanti al tempo stesso. Era orribile
sentire in quellabbraccio il proprio cuore battere solitario. E la sua professione certo aggravava il senso
di colpa. Alleviare le sofferenze altrui. Non era anche questo il suo compito, il suo dovere?
Ma una nuova inquietudine affior, minacciosa. La rivoltella. Dovera la rivoltella quando lui
era caduto? La teneva ancora stretta in pugno. La memoria le disse che non era andata cos. Con una
fatica immensa che la spaccava in due ricostru la scena. Brandelli di reminiscenze. Il braccio di lui
teso attraverso il lenzuolo le schiacciava il seno, la mano aperta sfiorava il bordo del letto e la
rivoltella... Dovera la rivoltella? Certamente il colpo laveva scaraventata a terra. Poi ramment di
averla vista sul tappeto. Laveva anche raccolta? Di sicuro laveva toccata, la ricordava liscia e fredda
al tatto. Ma cera qualcosa di falso, di sbagliato nel suo ricordo. Si vide seduta sul letto, quelluomo in
piedi davanti a lei mentre le porgeva il minuscolo e sinistro aggeggio, le indicava qualcosa e spiegava
con la cocciuta perseveranza degli alcolisti in preda al loro delirio. Anna diceva di no e ancora di no.
Quasi con ripugnanza respingeva la rivoltella che lui si ostinava a ficcarle in mano per gioco. Solo per
uno stupido, morboso gioco. Alfine cedendo alle sue insistenze laveva presa, appena sfiorata. E il
colpo era partito. Di schianto.
Lei laveva ucciso. S, questo spiegava tutto. Il tentativo di nascondere agli altri e, prima ancora,
a se stessa... La riluttanza a denunciare laccaduto, a parlare. Il vero motivo per cui stava impazzendo
dangoscia e per cui aveva tentato di trasformare il tacito patto di connivenza con Marta in uno stretto
nodo dintimit. Piegando le sue emozioni alle ambigue incertezze della mente, agli incontrollati
impulsi dellanimo che avevano contagiato e invaso il suo corpo.
Ma la verit possedeva sfumature ancora pi vaghe ed evanescenti. E in fondo, dentro di s, in
qualche remoto punto della sua coscienza, Anna lo sapeva. Si trattava di unennesima illusione.
Dellultimo tranello teso a se stessa.
Ed era di questo, invece, che aveva avuto paura fin dallinizio: che di sospetto in sospetto, di
incubo in incubo, passo dopo passo lei potesse cadere in una simile allucinatoria certezza. Questo era il
terrore profondo annidato dentro il suo cuore come un pipistrello cieco, per sempre prigioniero dentro il
suo petto.
Difficile, si disse, dimostrare la propria innocenza a se stessi. Apr e chiuse la mano destra,
adagio, serrando e allentando alternativamente le dita. Sentiva ancora nel palmo il peso lieve, la
levigatezza del metallo. Poteva essere vero. Cera una possibilit che lo fosse. Ma poteva essere vero
anche il contrario. Lei non era pi in grado di dirlo. Era allucinazione quella certezza profonda di
innocenza, e realt quel tormento che si poteva spiegare solo con la colpa? Oppure era reale la sua
innocenza, mentre la colpa che la torturava era ancora altro, un fantasma senza nome?
Come fa una giuria ad assolvere o condannare? grid Anna dentro di s. Come? grid fuori
dal finestrino alla strada buia e inanimata.
Il grido la plac. Ma i pensieri battevano e battevano dentro di lei. Si mise a rimuginare: com
possibile decidere, stabilire senza possibilit dequivoco, senza incertezze e una volta per tutte che le
cose sono andate in quel modo e in nessun altro che quello, se nemmeno chi le vive pu esserne sicuro?
Il tempo  anche il breve volgere di unora, di un minuto  accumula prove contraddittorie, si beffa
delloggettivit dei fatti manipolando la percezione stessa della realt, schiaccia le emozioni luna
sullaltra come le fette di prosciutto nelle buste sottovuoto del supermercato.
Il sonno era un corpo estraneo che premeva sulla mente. Il suono prolungato del clacson la
riscosse. Si era di nuovo addormentata senza accorgersene e la testa le era scivolata sul volante.
28
Durante la notte si era alzato un vento che aveva coperto di un velo di sabbia giallastra le
automobili parcheggiate lungo i bordi della strada. Tutto a un tratto era gi mattina. Anna, rattrappita
sul sedile, prov ad allungare le braccia e poi le gambe. Si drizz cautamente sulla schiena, saggiando
le ossa acciaccate dallinsolita, scomoda posizione.
Al primo movimento un dolore lancinante le attravers la testa, un guscio vuoto con un tizzone
infuocato dentro. A questo serano ridotti gli incubi della notte, a un minuscolo punto incandescente:
miniaturizzati, condensati, convertiti in puro e semplice dolore fisico. Un nodo di dolore che si
riallacciava a un unico pensiero fisso: Marta se ne era andata. Ma la cercher, si ripromise, dovessi
spendere in questa ricerca tutto il mio tempo e tutte le mie risorse. La incontrer di nuovo e allora ogni
equivoco sar chiarito, ogni dubbio risolto. Di questo fu assolutamente e tranquillamente sicura quel
sabato mattina, mentre lalba le rivelava un lungotevere deserto.
Usc dallabitacolo della macchina, respir a pieni polmoni una, due, tre volte e mosse qualche
passo sul marciapiede. Un gatto, disturbato dal suo andirivieni, sbuc dal fondo della cinquecento e
spar sotto unaltra auto.
Anna si appoggi alla spalletta del Tevere. Lacqua di un bel verde ingannevole scorreva senza
rumore. Un ragazzo camminava laggi in basso, lungo largine in cemento, la testa incassata fra le
spalle, le mani nelle tasche dei pantaloni. Allimprovviso tir fuori le mani, si diede ad agitare le
braccia nellaria, a fare flessioni, a saltellare sulla punta dei piedi. Si scrollava di dosso linerzia della
notte.
Allo stesso modo Anna avrebbe voluto scrollarsi di dosso inquietudini e sofferenze. Ma non
poteva fintantoch non avesse rintracciato Marta: almeno a lei, una spiegazione la doveva. Era certa
che, dopo, avrebbe potuto affrontare con una qualche possibilit di vittoria il labirinto di angosce
racchiuso nella sua testa. Ma per uscirne le ci voleva un filo di Arianna, e Marta era lunica persona al
mondo in grado di porgerle il bandolo della matassa.
Gir la chiavetta dellaccensione e mise in moto. Giunta allangolo della strada esit: se voltava
a sinistra in pochi minuti poteva raggiungere casa sua, proseguendo dritto invece sarebbe arrivata a
casa della nonna.
Prosegu dritto.
29
Trov la nonna gi alzata e sistemata nella sua poltrona: da l non si sarebbe praticamente
mossa per tutto il giorno, a parte lintervallo dei pranzi che consumava al tavolo di cucina insieme a
Marisa. Sulle ginocchia il plaid che indifferentemente usava in ogni stagione, estate e inverno, la solita
pila di romanzi rosa a portata di mano sul tavolino, un mazzo di carte per il solitario e la TV accesa ma
con laudio chiuso.
Mentre le immagini scorrevano mute sullo schermo, la vecchia rovesci a faccia in gi sulla
coperta il romanzo che stava leggendo e fiss con disappunto la nipote. Un solo sguardo di
riprovazione. Sufficiente per far provare pi acuto ad Anna il disagio che gi lattanagliava. Trovarsi al
centro di attenzioni affettuose ma leggere e superficiali, cos inesorabilmente lontane dal suo attuale
stato danimo, era un peso in pi che non aveva calcolato.
Eppure avrebbe dovuto immaginarlo: niente disturbava la vecchia signora quanto un
abbigliamento scombinato e sciatto. La formalit lei la riservava per cose di questo genere, era il lato
convenzionale del suo carattere che manteneva intatto al fondo dogni stravaganza. E Anna quella
notte, prima di uscire, aveva afferrato a caso i primi indumenti che sera trovata sotto mano, un paio di
jeans sdruciti, una camicia qualsiasi.
In tono neutro annunci: Vado in cucina a fare un caff.
Buona idea, approv la nonna sbadigliando dietro il dorso del libro. Portamene un goccio.
La seduta di ieri mi ha stremato.
Anna simmobilizz. La seduta... Tutta la stanchezza e la tensione della notte le rovinarono
addosso. Ho capito bene? Rabbrivid supplicando: Nonna! Ci risiamo daccapo?
Non la tranquillizzavano affatto le sedute spiritiche che la vecchia signora organizzava una
volta al mese con i personaggi pi insospettabili: il garzone del droghiere, la baby-sitter degli inquilini
del secondo piano... Anna non prendeva sul serio le attivit medianiche che si svolgevano nella grande
e pacifica casa dei Parioli. Naturalmente, si diceva, come avrebbe potuto prenderle sul serio? Tuttavia
non riusciva neppure a considerarle un innocuo passatempo, alla stessa stregua delle carte e dei
romanzi rosa.
Al richiamo della nonna si materializzavano a turno parenti lontani e vicini, una lunga teoria di
anime perse da tempo. Tutti tornavano, tranne la figlia: lunica figura intangibile, proibita. I chiamati
erano, ad ogni modo, sempre e soltanto spiriti di famiglia: la vecchia signora non amava intrusioni di
estranei. Seguitava in questa maniera ad avere scambi di opinione, spesso piuttosto vivaci, con due o
tre cugine che durante la guerra, sfollate, aveva accolto nella sua casa e con le quali aveva mantenuto
legami molto stretti anche in seguito.
La cugina Antonietta ieri sera... cominci a raccontare.
Per carit, non oggi, scongiur Anna avviandosi verso la cucina e soffocando a stento il
panico che sempre la coglieva di fronte a quella imperturbabile, placida follia.
Quando torn con il vassoio, la nonna sera ormai distratta: nella stanza era entrato col suo
passo pigro Eusebio e lei tentava invano di adescarlo con le consuete lusinghe perch le saltasse in
grembo.
Larmadio a muro occupava tutta una parete del corridoio. Anna apr il cassetto in basso a
destra. Conservava l dentro qualche capo di biancheria pulito perch ogni tanto  in caso di malattia
della nonna o durante le feste, a Natale e a Pasqua  le capitava di restare anche la notte. Un cassetto
che lei stessa teneva in scrupoloso ordine: era restia ad abbandonarla del tutto, quella casa, e non
desiderava che le fosse estranea, senza pi niente di suo, nessun oggetto, nessun indumento che le
appartenesse. Rappresentava pur sempre, per lei, lunico luogo a cui tornare, lunico posto al mondo
dove cera qualcuno ad aspettarla. Per quanto tempo ancora... Ma si affrett ad accantonare quel
pensiero quanto mai inopportuno.
In bagno, si lev la camicetta tutta impregnata di sudore e la gett a terra in un angolo. Ci
avrebbe pensato Marisa a lavarla. Una sua iniziativa in tal senso sarebbe stata accolta con malcelata
indignazione. Un affronto allefficienza della vecchia governante.
Come al solito la sua camera, ben riassettata, era pronta a ospitare il suo ritorno. Attacc il
telefono alla presa accanto al letto, per ogni evenienza. Latmosfera della casa dellinfanzia tornava ad
avvolgerla nella sua soffice ovatta, la teneva al riparo da qualsiasi pericolo. Non venivano pericoli n
minacce dai litigiosi spiriti della nonna. E la morte presente in quella casa era una morte buona,
familiare come linevitabile dolore che attraversa ogni vita.
Dalle lenzuola, fresche di bucato e accuratamente stirate, si sprigionava un forte odore di
lavanda: il profumo del letto e quella sensazione di pulizia erano riposanti, trasmettevano unidea di
calma, di quiete. Per questa sensazione, per questa quiete lei era tornata.
Non rientrava nelle sue abitudini dormire durante il giorno, eppure dorm a lungo, fino a
pomeriggio inoltrato. Quando si svegli il cuore le scandiva in gola colpi irregolari e un tarlo le
lavorava nella testa: ritrovare Marta era pi che una necessit, per lei. Era la condizione stessa di ogni
possibile equilibrio.
30
Fuori il sole era ancora alto e il marciapiede frastagliato dal lontano ombreggiare di alberi
nascosti da un muro di cinta.
Anna si era aspettata il peggio. E invece lappartamento trasformato in pensioncina familiare,
arredato con mobili dozzinali ma dignitosamente lucidi, aveva nella sua modestia unaria pulita. E la
moquette marrone, di pessima qualit, almeno era di un colore uniforme e senza macchie che rivelava
un frequente lavaggio.
Ma perch poi, si domand Anna, sera immaginata un luogo disperato, miserabile? I genitori di
Marta, in fondo, erano commercianti con una certa disponibilit economica, con lambizione di far
studiare la figlia. La scelta stessa della zona  residenziale, lontana dai traffici delle periferie  non
poteva essere casuale: una sistemazione decorosa che rappresentava, in qualche modo, una garanzia per
la famiglia. Era lei, Anna, che amava figurarsi una Marta pi sradicata e avventurosa di quanto fosse in
realt.
Il padrone spunt fuori da una porta a vetri, insaccato in un doppiopetto pretenzioso. Non le
piacque. Il suo sguardo, quel modo di fare che sottintendeva: io non ti chiedo niente, ma tu sai bene
quello che stai facendo, sai bene di essere in difetto per qualcosa che io non so e non voglio sapere, ma
davvero a posto non puoi esserlo, ragazza mia, se vieni qui a fare queste domande. Gi, magari dentro
di s la chiamava proprio cos, ragazza mia.
Le secc dover dare spiegazioni, le parve un indebito atto di contrizione. Ma il suo orgoglio era
fuori luogo ed era bene che lo tenesse a mente.
Luomo le rispose con una cortesia affettata e cerimoniosa. S, la signorina aveva abitato presso
di loro, ma da qualche giorno se ne era andata e non sapeva proprio dove rintracciarla, non aveva
lasciato un recapito. Forse un numero di telefono, s, ma laveva perso. E pieg gli angoli della lunga
bocca per significare il suo rincrescimento. Era una cosa urgente? indag poi. Senzaltro, assent,
avrebbe riferito il suo messaggio  telefonare ad Anna, scribacchi su un foglietto  nel caso lavesse
vista o sentita. Certo, poteva passare di nuovo o telefonare, se preferiva.
Una ragazza con un fagotto in braccio attravers lanticamera. Poteva essere indifferentemente
una pensionante o una cameriera.
Ad Anna risult impossibile figurarsi Marta in quellambiente, fra quei mobili, con quegli
individui. Ma proprio questa remota curiosit laveva spinta fino alla pensione. Per questo si era mossa,
non per altro.
Si ritrov in strada. Neanche per un attimo ammise con se stessa la sconfitta ma si guard
attorno alla ricerca di un bar. Provava un irresistibile desiderio di buttar gi qualcosa di forte, qualcosa
che bruciasse, che lasciasse un segno dentro di lei. Un segno pi aspro di quello lasciato da Marta.
La saletta interna della vineria era angusta, conteneva a malapena tre tavoli separati dal banco
della mescita da un tramezzo di legno con una porta ad arco su cui si accendeva un grappolo duva al
neon, acini rossi e traliccio blu. Uno dei tavoli era occupato da quattro uomini che giocavano a carte.
Un rettangolo di stoffa verde stinta, appoggiata un po di traverso, suggeriva lidea del tavolo da gioco.
Il barista non la degn di uno sguardo, intento a seguire la partita e a sbirciare le carte da sopra le spalle
dei giocatori.
Mi sono fidata, cos le aveva detto Marta prima di andarsene. Ma che ragione aveva avuto di
fidarsi? Perch aveva deciso di concederle una fiducia tanto immotivata quanto imbarazzante? In base a
quale logica o a quale sentimento? E lo scopo di tutto ci? Che cosa si era aspettata, che cosa voleva
Marta da lei? Solo questa domanda, solo questa risposta  nientaltro al mondo  le importava.
I giocatori commentavano a voce alta ogni mossa, ogni passaggio di carte. Sulle loro teste, il
grappolo duva saccendeva ora di luce rossa ora di luce blu. Fino al soffitto, le pareti erano coperte da
scaffali con bottiglie opache per la polvere spessa.
Anna scost una sedia e prese posto, facendo scivolare di lato due bicchieri sporchi e una
bottiglia vuota di birra che nessuno si era curato di portare via. Infine il barista, di malavoglia, si
avvicin.
Il vino rosso scendeva in gola denso e Anna ne assaporava distrattamente il gusto pastoso.
Langoscia ricominciava a lavorare, svuotandola dogni energia.
Posso offrirle un caff?
Luomo aveva una faccia simpatica, che ora forzava in una spigliatezza eccessiva e inutile: non
sembrava davvero portato ad abbordare le donne nei bar. Chiaramente non era affar suo.
Sto gi bevendo, non vede?
Anna non riusciva per a sentirsi irritata. Quellapproccio diretto, quel banale scambio di
battute anzi le regalava un momentaneo sollievo: era una donna normale, in fondo, normalmente
abbordata da un uomo normale.
Ma laltro si dette subito per vinto e si allontan, tornando ad appoggiarsi al banco del bar.
Anna prov una lieve fitta di delusione: era di nuovo sola. Di nuovo senza riparo. Braccata da elusivi,
ossessionanti fantasmi.
Mi sono fidata, cos le aveva detto Marta con astio. Con rancore. Con un guizzo improvviso di
paura. Ma anche Anna aveva paura. Un sentimento di cui non avrebbero mai pi potuto liberarsi. Se
cos era, per, Marta sarebbe tornata. Doveva tornare, costretta proprio dal richiamo inesorabile della
paura, dal suo veleno dolce, lento ma sicuro.
S, ne era certa: si sarebbero incontrate, ancora una volta.
La sua falsa sicurezza cominciava tuttavia a incrinarsi e a mostrare le prime crepe. Cercava
Marta per offrirle  innanzi tutto  una spiegazione. Ma non aveva spiegazioni da offrire, anzi lei stessa
aveva bisogno di rassicurazioni e conferme. Sarebbe mai riuscita a capire come si erano realmente
svolti i fatti, cosera davvero successo quella notte? Ma comera possibile accertarsi della verit di
qualcosa che soltanto lei poteva smentire o confermare? Lei, Anna: unica, reticente testimone.
31
Mai avuto tempo, io. Mai...
Dalla cucina le arrivavano odori di minestra e rumori di pentole, insieme allincessante
borbottio di Marisa. Anna si ferm davanti alla porta.
Nemmeno per trovare uno straccio di marito.
La vecchia parlottava senza concedersi un attimo di sosta. Seduta in un angolo, la nipote
sfogliava una rivista annuendo di quando in quando in risposta a qualche domanda pressante a cui non
cera modo di sfuggire. Era la nipote preferita e la pi assidua.
Anna si allontan inosservata. Cera un certo compiacimento  si rese conto per la prima volta 
negli inarrestabili lamenti di Marisa, sempre finalizzati a mettere sotto accusa la padrona. Un rapporto
daltri tempi quello fra la nonna e la vecchia cameriera, fatto di antiche devozioni, reciproche
connivenze e sfibranti recriminazioni. Un rapporto pi intenso, in realt, di quello che intrattenevano
con le nipoti.
Ma per quella ragazza, figlia di una sorella pi piccola, Marisa nutriva una predilezione
speciale. I suoi successi alluniversit venivano magnificati come imprese epiche. E Giulia era di casa,
l, quanto e forse pi di Anna. In cambio di un piccolo compenso pagava le bollette, si occupava
dellidraulico, della spesa settimanale o del commercialista quando arrivava il momento di compilare la
dichiarazione dei redditi: manteneva in sostanza i rapporti con il mondo esterno per conto e a nome
delle due vecchie. Anna un poco ne era gelosa e la trattava con una sfumatura dinvolontario sussiego.
Nei brevi intervalli di silenzio, il ronzio soffocato del frigorifero aveva un che di musicale.
Anna abbass le persiane sul giardino che era diventato un inestricabile groviglio di ombre. Si era
pentita di aver lasciato il suo nome alla pensione. Marta poteva spaventarsi e, scoprendo di essere
inseguita, non farsi pi viva nemmeno l. Un timore che esasperava quella sensazione di perdita,
dinesorabile e disperante lontananza, di lacerazione crudele.
E, di colpo, sent sul suo corpo la stretta fiduciosa delle braccia di Marta: la sua resa era stata
totale, incondizionata. Era lei, Anna, era sempre e soltanto lei a sottrarsi, a fuggire.
Si pass le mani sul viso, poi lentamente prese a massaggiarsi le tempie. Aveva bisogno di un
sedativo. O di un abbondante bicchiere di whisky. Dimprovviso capiva come ci si potesse
abbandonare al piacere solitario dellalcol, accumulare bottiglie vuote dietro un frigorifero, guardare il
mondo con occhi indifferenti al biasimo e al disprezzo.
* * *
In onore delle due nipoti, ospiti deccezione, Marisa aveva apparecchiato in salotto. Nella
stanza le luci erano basse, tanto che sulla tovaglia i bicchieri, le bottiglie, gli stessi piatti mandavano
pallidi riflessi. Nonostante let, la nonna mangiava con appetito usando le sue posate particolari, le
stesse con cui mangiava da almeno mezzo secolo, consunte dal lungo uso, la lama del coltello
marcatamente ondulata e la forchetta con un dente storto e pi corto degli altri. Questo era il suo
segreto, pens Anna. La vita per lei era accettabile perch si era fermata, si era ridotta a un coltello e
una forchetta consunti.
Giulia teneva il capo lievemente ripiegato da una parte, come se le pesasse. Anna si rimprover
la sua avversione ingiustificata, che si curava di celare, con scarsa efficacia, sotto modi garbati e
distanti. Se almeno non fosse sempre cos cupa, si disse.
Pane? chiese passandole il cestino e imponendosi per penitenza quella piccola cortesia.
Ma poi manovr, spostandosi con la sedia, in modo da non avere pi di fronte gli occhi tondi e
cerchiati della ragazza, il naso con la punta che quasi ricadeva sulle labbra strette: una civetta pronta a
lanciare il suo richiamo luttuoso appena lei si fosse azzardata a voltare le spalle.
Le restava un ultimo tentativo da compiere. Dopo aver chiuso a chiave la porta della sua
camera, rovesci sul letto tutto il contenuto della borsa. Trov il biglietto con la calligrafia minuta di
Marta in una tasca laterale. Numero di telefono e indirizzo dei genitori: la stessa Marta glielo aveva
dato quando lei ancora non osava proporle di partire insieme e anzi sembrava che dovessero separarsi
di l a poco.
Lisci la carta ben bene fra le dita. Rilesse il numero di telefono. Attenta, si avvert, attenta a
non bruciare anche questa possibilit. Non era prudente presentarsi semplicemente come unamica che
chiedeva notizie perch Marta, se proprio non voleva farsi trovare, magari aveva messo sullavviso
anche i genitori. E lei doveva, assolutamente doveva parlarle. Era finito il tempo delle menzogne e
delle finzioni, di quegli impulsi doscura distruzione, di volont dannientamento. Che sollievo poter
confessare la propria verit, il buio stesso dei ricordi.
Eppure esisteva un elemento di disturbo, sottile e indefinibile, che sinsinuava a scompaginare e
deviare ogni suo sentimento. Che cosa la spingeva con tanta ostinazione a ricercare Marta. Cosa cera
al fondo del suo desiderio. Quale altra menzogna, quale altro tradimento.
Sollev la cornetta del telefono e torn ad abbassarla. Si sforzava di escogitare una storia
verosimile, accettabile, da raccontare ai genitori di lei. Ma non trovava niente di plausibile. La vena
della sua inventiva si era essiccata: un ramo spoglio, un tronco secco e vuoto che alla minima pressione
sarebbe finito in polvere, sbriciolandosi. Eppure non le restava altra scelta e alla fine telefon.
La linea era libera ma il telefono squillava a vuoto. Che fossero in vacanza? Era lultimo
week-end di agosto, la cosa era pi che probabile. Prov tre, quattro volte a intervalli regolari di dieci
minuti. Nessuno. Alla fine si arrese, ma la sua mente intanto cercava febbrilmente unaltra soluzione,
unaltra via.
32
Dopo gli acquazzoni di venerd laria sera fatta tiepida, mite, e le iniziative dellestate romana
promettevano di animare la citt fino a tardi. Un manifesto sul muro annunciava che proprio quella sera
al Parco dei Daini si teneva un concerto di musica indiana. Ferma a un semaforo, Anna lo lesse dal
finestrino della cinquecento. Aveva speso tutto il giorno in inutili giri, congetture vane, tentativi falliti.
Era meglio rassegnarsi: Marta era perduta, per sempre.
A quel punto le venne in mente di non aver comprato i giornali. Era la prima volta che se ne
dimenticava da quando era cominciata quella storia. Per di pi era domenica e le edicole chiuse dalle
due del pomeriggio. Di scatto, per un riflesso condizionato, volt a destra imboccando una via che
portava allunico luogo dove era ancora possibile trovare un giornalaio aperto. Parcheggi in una
stradina laterale e raggiunse a piedi la stazione.
Dallatrio si riversava incessante una massa compatta di gente che si disperdeva nel piazzale per
tornare ad accalcarsi alla fermata dei taxi. Dentro, agli sportelli, premeva una folla disordinata e
vociante. I quotidiani erano esauriti e Anna trov soltanto una copia del Messaggero. Lo sfogli
sedendosi al bar, lievemente stordita dagli altoparlanti che annunciavano ritardi di mezzora, unora,
due ore.
Il grande rientro di fine agosto occupava anche la prima pagina. In cronaca gli inevitabili furti e
gli incidenti sul raccordo anulare. Un giovane nudista era stato pestato a morte in Sardegna. Aveva
perso un rene e gli avevano spappolato il fegato: nessun testimone al massacro.
E poi, in poche righe: interrogata per ulteriori accertamenti la moglie del giovane architetto
ucciso a Roma nel suo appartamento. Solo questo, non una frase di pi non una di meno. Due parole fra
le altre la colpirono particolarmente, perch rivelavano pi di quanto non intendesse il cronista:
interrogata e ucciso. Dunque era stata scartata lipotesi del suicidio e avevano messo sotto torchio
la moglie. Non lavevano fermata, si limitavano a interrogarla di nuovo. Ma qualcuno soffriva, ancora
una volta, per una sua inadempienza. Non riteneva che la donna sarebbe stata seriamente danneggiata
da tutto ci, ed escludeva che potesse essere incriminata dato che non esistevano prove, non cera un
movente e lei aveva un alibi. E tuttavia qualcun altro, in quel preciso istante, soffriva al posto suo.
Anna alz la testa e fiss, senza vederlo, un bambino che al tavolo di fronte sorbiva un gelato.
Ma anche lei soffriva e forse anche Marta. Tutti soffrivano. Era tempo di porre fine a
quellincubo, di mettere il punto a quella storia. Raccontare i fatti  la sua versione dei fatti  alla
polizia significava liberarsi di tutto. Anche di Marta. Perch la ragazza non era che un alibi: laveva
usata come un alibi di fronte a se stessa. Un diversivo, in un certo senso, che le permetteva di
dimenticare e coprire le sue colpe e manchevolezze. Questa era la spiacevole verit.
Ebbene, a tutto avrebbe riparato raccontando ogni cosa alla polizia. Quando? Subito. No, non
subito. Domattina, si concesse. Unulteriore dilazione? A questo punto veramente non aveva
importanza. Voleva tornare, prima, a casa sua. Rassettare, chiudere il gas, lo scaldabagno. Prendere
congedo da quel suo tranquillo, lontano mondo. Prepararsi a ogni evenienza. E dormire, unultima
notte, nel suo letto.  tutto finito, si rassicur. Il tormento, il rimorso, lattesa. Finalmente,  finito. E
sono io a mettervi fine.
Dalla cabina telefonica allangolo della strada chiam i genitori di Marta. Di nuovo senza alcun
risultato. Telefon anche alla pensione: no, la signorina non si era fatta viva. Nella cabina si soffocava.
Anna riagganci mentre lacrime di frustrazione le riempivano gli occhi, impreviste e subito ricacciate
indietro.
Lungo i viali di Villa Borghese frotte di giovani si dirigevano verso il Parco dei Daini.
Lilluminazione era scarsa e la macchia verde della villa, nel cuore della citt, sincupiva dilatandosi
insieme alle ombre. Venivano in senso inverso gli ultimi ritardatari, intere famiglie sorprese dal buio
che saffaccendavano a trasportare alle macchine sedili pieghevoli e frigo portatili da picnic. I bambini
stringevano fra le braccia i palloni e ogni due passi si fermavano a calciare, ripresi dal richiamo
esasperato di un padre o di una madre. Migliaia di uccelli turbinavano in vortici neri, oscurando il cielo
gi scuro e assordando con strida acute e disarmoniche.
La folla la guid fino alla biglietteria. L lilluminazione era pi forte per la presenza di
innumerevoli chioschetti che offrivano panini imbottiti, patate fritte, noccioline, bottiglie di coca-cola e
birra. Il neon avvolgeva con la sua luce violenta i cibi in mostra, mentre sui tavoli dei venditori abusivi,
a qualche passo di distanza, tremolavano candele e torce antivento.
Anna non aveva fame ma si lasci ugualmente tentare da tutti gli odori che si gonfiavano nel
vento della sera. Compr pane, salsiccia e una lattina di birra. Poi si mise in coda per il biglietto. Il
pane e la salsiccia li butt in un cestino dei rifiuti dopo qualche boccone. Bevve la birra, invece, dopo
aver preso posto sulle gradinate di legno, di fronte al palco.
Si sentiva come un condannato a morte a cui si concede lultima sigaretta. Cosa avrebbe
raccontato lindomani mattina? Di nuovo pi niente le pareva chiaro, o necessario. Un delirio, solo
questo aveva da confessare. Lansia che aveva represso fino a quel momento adesso le torceva le
viscere e la costringeva a trattenere un improvviso bisogno di orinare.
Si guard attorno. I giovani  la maggior parte del pubblico, valut Anna, non arrivava ai
trentanni  seguivano la musica in un silenzio religioso, molti sedevano in posizione yoga. Fra tutti
quegli sconosciuti scopr a un tratto la faccia nota di un cliente. Un giovane uomo che portava al collo,
sotto la camicia sbottonata, una collanina di grani rossi. Si sbracciava a salutarla con entusiasmo
eccessivo, come se incontrarsi a un concerto di musica indiana fosse un evento straordinario che
rivelava impensate, esaltanti possibilit.
Anna lo ignor vagando con lo sguardo oltre il fondale scuro degli alberi: una bellissima notte
di fine agosto, con ombre nette e cielo intenso che invitava a respirare profondamente, liberamente. Al
profumo delle piante, dellerba e della terra smossa del parco si mescolava lodore della marijuana e un
altro, pi penetrante, di sigaretti indiani. La musica, per la verit  malinconica anche quando il ritmo
volgeva al vivace  non era precisamente quello di cui aveva bisogno. Una scelta che sorgeva da abissi
di masochismo, riconobbe Anna. Eppure quelleccesso di malinconia non le era sgradito. Bruciava
dentro di lei con la lentezza del legno nel suo caminetto durante le serate invernali, consumando a poco
a poco le scorie di un dolore ossessivo e resistente.
Anna aspett che la folla defluisse prima di muoversi a sua volta. Raggiunse luscita
camminando in mezzo ai prati, sullerba che di notte tratteneva lumidit e le bagn le scarpe di tela.
Arrivata sulla strada dove aveva parcheggiato la cinquecento, qualche metro pi in l vide una
cabina telefonica. Era luna. I genitori di Marta, se cerano, erano di sicuro in casa. Ma lei aveva deciso
altrimenti, ricord, non aveva pi bisogno di loro. Lindomani laspettava un lungo interrogatorio, una
lunga confessione: la libert di riconoscere infine il suo debito e la sua colpa.
Davanti al parabrezza la citt si stendeva di nuovo magicamente deserta. A un incrocio una
pattuglia di carabinieri fermava le macchine in transito. Non tutte, solo alcune. Anna andava piano ma
rallent ancora. E si chiese: adesso?  questo il momento, loccasione giusta? Il cuore prese a batterle
furiosamente.
Un uomo in divisa si piazz in mezzo alla strada e alz la paletta. Lei schiacci il pedale del
freno con un sospiro: avrebbe preferito accostare di sua spontanea volont. Quella forzatura le toglieva
qualcosa, la privava di una scelta. Ma doveva aspettarselo, di notte la fermavano spesso. Perch la
macchina era vecchia e malridotta e perch al volante vedevano una donna sola: una specie di doppia
punizione.
Luomo si avvicin, ma poi scorse sul vetro anteriore il contrassegno dellordine dei medici e si
tir indietro. Con la mano segnal via libera e lei, meccanicamente, innest la marcia e ripart.
33
I raggi dei riflettori imbiancavano i paramenti e gli abiti rigonfi dei santi in bilico sul fastigio,
scendevano sfiorando i gruppi di colonne abbinate, il timpano triangolare, i bassorilievi con le scene
della vita di San Giovanni, le nicchie ai lati dei portali. Cadevano gi fin sulla gradinata rendendo, nel
contrasto, ancor pi solitario il lungo rettifilo di Via Giulia.
Anna indugi un poco prima di aprire il portone esterno e salire fiaccamente un gradino dopo
laltro. Lottava contro una riluttanza che le appesantiva le gambe e le ritardava i movimenti.
Linterruttore della luce sulle scale era di quelli vecchi, a tempo, e la lasci al buio a met della prima
rampa. Continu a salire senza pi riaccendere. Dalle finestre, a ogni piano, entrava un riflesso
biancastro.
Sullultimo pianerottolo  il suo  qualcuno steso per terra ostruiva il passaggio.
Anna intravide, a malapena indovin un corpo ripiegato su se stesso, le braccia distese e serrate
attorno a una valigia: Marta, addormentata.
Anna si aggrapp al corrimano, sentendosi respinta allindietro, piegata da una vertigine
violenta. Nel dormiveglia, Marta percep una presenza estranea che si muoveva accanto a lei
nelloscurit e si svegli. In un batter docchio fu in piedi.
Anna, sei tu? chiese a voce alta, allarmata.
S, sei tu, esclam abbassando il tono.
Il pianerottolo era ingombro di vecchie cianfrusaglie, scatoloni accatastati in un angolo, un
mobiletto di cui Anna non voleva disfarsi. Per aprire la porta dellappartamento fu costretta a scansare
la ragazza e a passarle davanti.
Lei fraintese il suo gesto.
Non mi fai entrare? chiese.
Anna varc la soglia, accese la luce e finalmente la vide: sera sbottonata i blue-jeans troppo
stretti in vita, aveva gli occhi arrossati dal sonno e unespressione decisa.
Allora, mi fai entrare? ripet Marta. Ma non sembrava dubitare realmente delle intenzioni
dellaltra.
Anna si stacc da quellapparizione e gir su se stessa. Laccolse lo spazio angoloso del piccolo
ingresso, lo scorcio del soggiorno, limmutabile familiarit della casa. Perfino il disordine era lo stesso
identico disordine di venerd notte. Uno strano impulso la spinse a farsi avanti e a sfiorare con la punta
delle dita le pareti, lo stipite della porta, i libri, il vaso di cristallo, la ciotola di legno sul caminetto. E in
unesplosione di sollievo si sent sbalzata indietro nel tempo. Il suo sogno infantile si era dunque
avverato? Si poteva tornare al punto di partenza, ricominciare daccapo, cancellare gli sbagli. E perch
non la morte?
Lesaltazione cadde di colpo e al suo posto rimase quel solito, freddo senso di estraneit e
lontananza. Ogni cosa era uguale a se stessa eppure diversa, sottilmente distorta e contaminata dalla
polvere di un solo giorno e di una sola notte.
Entra, s, entra, assent piano, senza pi voltarsi.
...
.
...
34.
...
.
...
Come sempre, il tavolo stava appoggiato contro la finestra per fare spazio al divano-letto tuttora
aperto, il cuscino ben sistemato e pronto ad accogliere qualsiasi stanchezza. Marta ci si butt sopra,
liberandosi con ununica mossa del piede di un paio di zoccoletti anatomici. Un nuovo acquisto, not
Anna, quasi fosse un particolare di grande rilievo. Sul letto, Marta apr completamente la lampo dei
jeans e ripieg le gambe rannicchiandosi nella sua consueta posizione di riposo.
Anche Anna avrebbe voluto buttarsi sul letto, per terra, da qualsiasi parte. Era come se il suo
corpo fosse stato svuotato da una febbre violenta e reso incredibilmente fragile, una figurina di vetro
soffiato.
E invece disse: Ho bisogno di un caff.
La sua voce suon a lei stessa lontana, irreale quanto quel bisogno inventato.
Il barattolo che teneva a portata di mano sulla mensola era vuoto, dovette raschiare il fondo per
rimediare due cucchiaini di miscela. Cerc un fiammifero fra le boccette di vetro  tutte uguali, stessa
grandezza, stesso volume  che contenevano sale, zucchero, spezie. Sul ripiano di legno regnava una
gran confusione. Anna chiuse un vasetto di marmellata che aveva lasciato aperto, calcol, da almeno
due giorni, butt nellacquaio un cucchiaino sporco, sistem alla meglio, in una fila ordinata, barattoli e
contenitori di vario genere.
Marta, in silenzio, losservava andare e venire. Uno sguardo attento che vagliava, sezionava,
valutava. Uno sguardo paziente, tenace. Da cacciatore che aspetta al varco la sua preda.
A un certo punto si scosse e riluttante, di malagrazia, diede lavvio a una svogliata cerimonia
notturna. Con una mossa lenta si sfil i jeans, li lanci da una parte senza alzarsi dal letto e subito si
copr le gambe col lenzuolo in un inedito atto di pudore. Poi butt indietro i capelli, li rialz sulla nuca
e li leg con un elastico raccolto da qualche parte.
Ad Anna parve che si muovesse con parsimonia. Gesti misurati, prudenti. Dove era andata a
finire, si domand, tutta la sua intraprendenza, la naturale esuberanza che laveva conquistata? Perfino
il battito delle ciglia aveva un che di cauto, di controllato. Si era forse pentita di essere tornata,
dellimpulso  qualunque esso fosse  che laveva ricondotta fin l?
O forse, pi semplicemente, aspettava. Aspettava una sua decisione. Tornando, Marta aveva
mosso la prima pedina. Ma il secondo passo ora toccava a lei.
Il caff trabocc sulla piastra.
Anna si gingill ancora un poco allacquaio sciacquando tazzine e posate, cercando un coraggio
che era ben lontana dal provare.
Ebbe per un attimo la rapida visione di un volto di donna racchiuso in una cornice dargento, sul
comodino di una stanza polverosa. Di tutto quello che era successo, nella stanza e dopo, era pi
responsabile quella donna che lei. Perch avrebbe dovuto accollarsi lintera responsabilit di una
tragedia imprevedibile e assurda? Lei, Anna, era soltanto lingranaggio di una macchina che altri
avevano messo in moto. Linfelicit di quelluomo faceva parte di una storia che lei non conosceva e
che non la riguardava, e in ogni caso siscriveva nel passato e nella vita dellaltra donna, non nella sua.
Era giusto che le cose fossero andate cos come erano andate. Era giusto che interrogassero laltra, non
lei. Che fosse laltra a tormentarsi, non lei. Perch laltra possedeva la chiave di tutto.
Si accese una sigaretta alla fiamma del gas e and a sedersi sul letto accanto alla ragazza. Era
tornata, e tutto poteva ricominciare daccapo. Ma tutto di nuovo poteva ridursi a uneterna, confusa,
vana rincorsa.
Si strinse contro il petto le gambe scosse da un tremito fastidioso. Ora sicuramente avrebbe
dovuto rendere conto delle sue azioni. Ora sicuramente Marta le avrebbe posto quella domanda a cui lei
credeva  continuava a credere  di non saper rispondere. Come era morto quelluomo, in realt? E
perch? La certezza della verit si era persa per sempre e proprio dentro di lei, nei meandri della
memoria e della coscienza. Ma lei non lavrebbe cercata mai pi, la verit, neanche se il mondo,
luniverso intero, avesse tentato di costringerla e anche di piegarla a quellimpossibile fatica.
Neppure Marta aveva un simile potere. Anche se per questo, certamente, era tornata: per
sciogliere un dubbio. O forse, intu di colpo, per aderire in modo pi stretto a quel gioco eccitante e
tormentoso che le aveva prese, coinvolte, turbate. Per assimilare fino in fondo la tossica dolcezza di
unindistinta paura.
Le lanci unocchiata furtiva. Laltra invece alz il viso e la fiss con la stessa espressione
decisa con cui laveva fissata sul pianerottolo prima di entrare. Ma poi riabbass gli occhi sulle dita che
spiegazzavano nervosamente lorlo del lenzuolo. Taceva di proposito, con ostinazione, con risoluta
fermezza.
Anna si appoggi al cuscino esasperata e divisa fra la voglia di dar libero corso alle parole e il
timore di andare a fondo, di strappare anche lultima maschera. Apr la bocca. La richiuse. Non voglio
sapere. Non voglio, si disse. Ma dun tratto, invece di porre la domanda che le urgeva dentro, bench
vaga ancora e incerta: Perch, si sorprese a chiedere. Perch sei tornata?
Marta sirrigid e la fiss incredula. Le vene del collo, che i capelli legati in alto lasciavano
scoperte, si tesero come corde e presero a pulsare con violenza.
Vigliacca.
Faceva fatica ad articolare le parole, i pugni chiusi, contratti in unira che non sapeva da quale
lato trovare sfogo.
Questo sei, una vigliacca.  la tua malattia. E non guarirai mai. Mai.
Dunque non era la paura, non il dubbio che laveva spinta al ritorno, ma una volont positiva.
Un desiderio.
Per la prima volta da tempo immemorabile, a quella rivelazione Anna avvert dentro di s una
grande pace. Una calma che sallargava come lacqua tranquilla di un lago, andando a riempire ogni
anfratto, ogni grotta. Non cera pericolo a nuotare in quellacqua.
Ma lansia torn immediatamente ad afferrarla. Unansia diversa, questa volta, che lasciava
spazio ad altre emozioni. Qual era la domanda che non aveva saputo porre? E a chi era rivolta, in
realt? Non a Marta, lei lo sapeva bene. Ma ad Anna. Anna che continuava a mentire e a celarsi a se
stessa. Per quanto, ancora? S, per quanto? Ecco, era arrivata infine a porsi la domanda giusta.
Non c pericolo, si rispose, non pi. Poteva lasciarsi andare, finalmente, il corpo libero di
decidere, di scegliere per lei il gesto risolutivo, lultima mossa.
Si chin su Marta e cattur il pugno che laltra seguitava a stringere rabbiosamente,
chiudendolo fra le sue mani. La ragazza ebbe uno scatto di rivolta, tentando di sottrarsi e guardandola
negli occhi con un rancore inteso a respingerla. Ma poi si rilass, il viso le si distese.
Vigliacca, proclam di nuovo ma con unintonazione del tutto differente che cambi
significato alla parola. E gli occhi erano illuminati da unespressione di consapevole indulgenza che
smentiva lanimosit dellaffermazione. Infine scosse la testa, come un adulto davanti ai capricci di un
bambino, per farle capire che non si sarebbe pi lasciata ingannare dalle sue esitazioni, dai suoi
maldestri tentativi di nascondere e allontanare la realt. E la realt era quel legame indissolubile che si
era creato fra loro, pi forte di qualsiasi altro sentimento, indistruttibile pi di qualsiasi passione.
Vigliacca, disse Marta ancora una volta, con una dolcezza che sembrava nascere da lunga
consuetudine.
Basta, adesso, mormor dopo qualche istante. Sono sfinita, voglio dormire. Domani...
Si lasci cadere allindietro in un gesto di abbandono, di stanco sollievo. Nascose il viso contro
il cuscino. La massa bionda dei capelli si sciolse e si divise nel mezzo scoprendo la nuca, non toccata
dal sole.
Tutto qui? Domani... Sconcertata, Anna si pass una mano sul viso, sulla fronte, infil le dita
fra le ciocche madide cercando di controllare una delusione assai simile a un dolore lancinante.
Poi un silenzioso riso isterico le scosse le spalle, la fece tremare.
Non poteva permettere che, ancora una volta, fosse laltra a decidere, a dettare i tempi, le regole
del gioco. Sentiva che qualcosa le stava sfuggendo di mano mentre in lei rinasceva un vecchio, noto
sentimento. Ancora una volta dentro di lei fioriva lamaro seme della paura.
Domani... Che intendeva dire? Era troppo sicura di s, la ragazza. Troppo sicura di non avere
niente da temere. Un lungo rivolo caldo di sudore le scivol lungo le braccia, bagn il lenzuolo. Si
prese la testa fra le mani. Lei no, non si sarebbe addormentata. Niente poteva indurla a dormire, ad
arrendersi allinganno pacificante di quella quiete. Domani... Sembrava una promessa. Ma al fondo vi
risuonava leco mai spenta di unantica minaccia.
Domani. Lei, Anna, non sapeva che cosa le avrebbe portato il domani. Avrebbe saputo essere
padrona di s, dei suoi desideri, degli scarti incontrollati dellimmaginazione? O ancora una volta si
sarebbe persa dietro ambigui dilemmi e ombre crudeli?
Il lenzuolo disegnava il corpo di Marta. Il suo fianco tiepido premeva contro il fianco di Anna.
Solo questo conta, pens lei dun tratto. Linconfutabile realt di questo corpo, di questa
presenza, di questo abbandono. Si mosse un poco per sentire meglio il tepore del fianco, per lasciarsi
avviluppare dallintimo silenzio del sonno. Langoscia e la paura vagavano ai margini di quel territorio
protetto, come mitiche belve in deserti inesplorati. E mentre ancora lottava per sottrarsi al loro fiato, a
poco a poco Anna sent che dentro di lei andava crescendo una meravigliosa, incontenibile stanchezza.
Croll accanto a Marta e, ancora vestita, si addorment.
Un sonno irresistibile. Definitivo, fu il suo ultimo pensiero quella notte.
...
.
...
FINE.